William Wallace conquista la libertà, Mel Gibson il pubblico

Braveheart – Cuore impavido è un film drammatico e storico del 1995 diretto da Mel Gibson, regista e attore del film. Il film è ambientato verso la fine del XIII secolo, all’epoca del personaggio più leggendario che storico William Wallace, l’eroe che liberò la Scozia dall’occupazione inglese.

William, durante la sua infanzia, vede la sua famiglia e alcuni nobili scozzesi riunitisi per discutere della successione al trono massacrati dagli inglesi. Tuttavia cresce senza serbare rancore né odio, diventando così un uomo pacifico e colto, desideroso solamente di ritornare al suo villaggio per mettere su famiglia con la bella Murron, che sposa in segreto per eludere lo “ius primae noctis”, ossia il tributo che si doveva al signore del feudo per la prima notte di nozze. Purtroppo la moglie viene successivamente trovata ed infine uccisa. William, furioso, decide di scatenare una rivolta per scacciare gli inglesi e, dopo aver vinto la battaglia di Stirling, riesce addirittura a conquistare, con la sua armata di volontari provenienti dalla Scozia, la città di York. Il re inglese Edoardo I, preoccupato per l’andamento della guerra, decide di mandare la moglie di suo figlio, la principessa del Galles Isabella, a negoziare col nemico, ma in realtà si tratta di un tentativo di seduzione. Tuttavia Wallace non si lascia circuire né dalla donna né dall’oro che gli è stato promesso, arrivando addirittura a colpire la principessa per le sue virtù e nobiltà d’animo, tanto che lo aiuta dandogli informazioni sul tradimento di alcuni nobili scozzesi. Nella battaglia successiva, però, pur avendo dalla sua anche le truppe irlandesi, Wallace viene pesantemente sconfitto dall’esercito inglese. Wallace riesce tuttavia a salvarsi e a fuggire dal massacro, decidendo di vendicarsi dell’infamante e meschino comportamento dei nobili, assassinandoli. Riesce a raccogliere nuove truppe, ma William, chiamato da Robert The Bruce, il legittimo candidato al trono di Scozia, viene attirato in una trappola e viene catturato dagli inglesi. Rifiutando coraggiosamente di pentirsi per la sue azioni e rifiutando anche l’aiuto di Isabella, la quale gli offre del veleno per sopportare le sofferenze delle torture, decide di affrontare impavidamente i supplizi della morte e di urlare, ancora un’ultima volta, “Libertà!”.

Braveheart è un film che fa suoi gli stessi elementi che caratterizzano i racconti epici antichi, ossia temi che attirano consensi da parte di una popolazione, generati da sentimenti di giustizia e libertà dai soprusi, raccontando inoltre la storia di un eroe (da notare che non è presentato come un superuomo, ma come un uomo del tutto normale) che difende con coraggio gli interessi di una comunità. In tutto ciò l’elemento storico è trascurabile, perché viene alla luce il mito, più importante per la sua capacità di evocazione di valori, che è pur sempre calato in circostanze reali. Tutto ciò viene correttamente realizzato da Mel Gibson grazie alla sapiente integrazione di elementi storici e bellici (come le sanguinose e cruente battaglie), romantici (la storia d’amore di William Wallace) ed infine valori come la giustizia e la libertà, che gli ha permesso di girare un kolossal che ottenne ben 10 nomination agli Oscar ed infine cinque Oscar, tra cui miglior film, miglior regia, miglior fotografia, miglior trucco e migliori effetti. Una nota di merito va anche alla colonna sonora.

Una nota sull’attore protagonista, sempre Mel Gibson che, oltre a mettersi in gioco nei panni di un guerriero medievale, si dice investì per la produzione anche 15 milioni di dollari di tasca propria, rischiando per un film che probabilmente sarebbe stato un flop, un po’ a causa della lunghezza (177 minuti, tre ore in tutto) sia per l’ambientazione e il racconto storico poco conosciuti.

Insomma, Mel Gibson, il cui nome è senza dubbio una garanzia, è riuscito a creare uno di quei film epici che valgono la pena d’esser visti.

«Agonizzanti in un letto, fra molti anni da adesso, siete sicuri che non sognerete di barattare tutti i giorni che avrete vissuto a partire da oggi, per avere un’occasione, solo un’altra occasione, di tornare qui sul campo, a urlare ai nostri nemici che possono toglierci la vita, ma non ci toglieranno mai la libertà!»

(William Wallace incita il suo esercito prima della battaglia di Stirling)

Emanuele Ambrosio

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La dicotomia “uomo-bestia” dell’anima umana raccontata da Hesse

Il lupo della steppa (titolo originale Der Steppenwolf) è un romanzo di Hermann Hesse pubblicato nel 1927, in cui lo scrittore mescola elementi autobiografici ed altri fantastici. Contiene quindi molte paure e tormenti psicologici del suo autore, rendendone la comprensione e l’interpretazione talvolta difficoltosa.

Il romanzo racconta di Harry Haller, il quale, tramite un manoscritto che termina prima della sua scomparsa, racconta la sua storia di intellettuale cui è mancato il riconoscimento della società, rendendolo di fatto un emarginato. La società di cui vengono descritte le contraddizioni ed i vizi è quella borghese con la sua struttura ipocrita, chiusa e che limita la libertà dello spirito. Infatti essa si rifà a valori, come il nazionalismo, la corsa alle armi e sostanzialmente quelli borghesi, che lui non riesce a condividere, relegando i suoi ideali di riflessione e pace, di filosofia, musica e poesia “immortale” in un angolo, isolandoli.

Da questo manoscritto traspare il doloroso disagio di quest’uomo che, non potendo adeguarsi a questa società, affonda nella sua solitudine, alzando, quasi compiacendosene, un muro fra sé e il mondo. Nel suo mondo può condurre come un eremita la vita spirituale che lui considera perfetta, autentica, leggendo i classici e ascoltando musica classica, di cui Goethe e Mozart ne diventano le emblematiche personificazioni, rifuggendo ed escludendo categoricamente il mondo esterno fatto di vita mondana, ipocrisie borghesi, corruzione, perdizione e musica sgradevole come il jazz. Il suo disagio nasce però proprio dalla curiosità che egli prova verso questo mondo, che lo turba. Quindi egli avverte in sé due nature in contrasto, una dicotomia, letteralmente un taglio in due: da un lato la natura umana, quella “alta”, che caratterizza la sua passione per la musica, la filosofia ed altri nobili ideali e l’altra “lupesca”, sprezzante dei valori morali e in continua ricerca dei piaceri terreni ed immediati.

Una svolta nella vita di Harry avviene quando legge un piccolo opuscolo, un pamphlet dal titolo “Dissertazione sul lupo della steppa”, in cui la teoria duale di Harry viene totalmente smontata, dimostrando che borghesia ed antiborghesia (la schiera di cui Harry fa parte, ma che cionostante lo fa sentire ugualmente ed immancabilmente a disagio) non sono che due facce della stessa medaglia, perché usano entrambi gli stessi metri di giudizio, anche se opposti, come la decisione puramente convenzionale della divisione della natura umana in due entità, due porzioni di una sola anima, mentre in realtà i lati sono molteplici, un numero incalcolabile, che rappresentano la multiformità della natura umana, di cui si può cambiare a piacimento l’ordine, non essendo immutabile. A ciò segue l’incontro fra Harry ed Erminia che, con l’aiuto di Pablo, cercherà di fargli scoprire ed apprezzare il mondo esterno, mostrandone i piccoli pregi che lui potrà imparare a riconoscere e a godere, abbandonandosi alla vita e alla gioia delle piccole cose.

Il lupo della steppa è un romanzo molto pirandelliano che si sviluppa su diversi piani narrativi, ossia praticamente diversi libri in un solo libro. Ciò dona al romanzo una ponderata sequenzialità, un ordine alle analisi condotte con straordinaria lucidità mentale.

Emanuele Ambrosio


L’omaggio “ai confini del mare” di Peter Weir e Russell Crowe allo scrittore Patrick O’Brian

Master and Commander – Sfida ai confini del mare” è un film storico e di avventura del 2003, diretto da Peter Weir, tratto dalla saga dei romanzi dello scrittore irlandese Patrick O’Brian, considerato uno dei maggiori autori del ventesimo secolo, i cui libri sono stati proclamati dal The New York Times Book Review «i migliori romanzi storici mai scritti».

Ambientato nel periodo napoleonico, racconta l’avventura del capitano Jack Aubrey (Russell Crowe), al comando della fregata HMS Surprise, alle prese con una fregata di stazza e potenza di fuoco maggiore francese, la Acheron, soprannominata “nave fantasma” per la sua velocità ed inconsueta capacità di “apparire” improvvisamente sempre sopravvento (ossia col vento a favore). Dopo il primo inatteso scontro (in cui l’Acheron sbuca dalla nebbia, aiutando i marinai nella scelta del soprannome), che vede sconfitto il nostro comandante Aubrey, pungendolo nell’onore, questi decide di non sottrarsi allo scontro, nonostante la disparità di forze, ma di proseguire il viaggio non dandola vinta al capitano francese. La nave deve però passare per Capo Horn, dove l’obiettivo non è più quello della cattura della Acheron, ma della pura sopravvivenza per le terribili condizioni climatiche di questa particolare zona del pianeta. Tuttavia superando quasi indenni anche questa prova grazie alle abilità marinaresce del comandande, Jack decide di fare rotta verso le Galàpagos per fare rifornimenti e per attendere lo scontro con l’Acheron. La sosta in queste isole incontaminate dà modo di scoprire splendidi paesaggi e una sconosciuta flora e fauna di cui l’amico di Jack Aubrey, il medico di bordo e naturalista Stephen Maturin (Paul Bettany), cercherà di raccogliere campioni ed esemplari per poterli catalogare, ma dando soprattutto l’occasione a Jack Aubrey, con la sua astuzia da uomo di mare, di far sua la caratteristica di un “fasmide”, ossia un insetto camuffato da stecco, camuffando la Surprise da nave mercantile per poter sfruttare il vantaggio della sorpresa nell’emozionante scontro finale contro l’Acheron, che però riserverà ancora qualche sorpresa…

Il regista australiano è riuscito nel suo intento di riprodurre abilmente la storia che emerge dai romanzi di Patrick O’Brian, in particolare due dei ventuno libri, il primo, Master and Commander (Primo comando in Italia) e il decimo, The Far Side of the World (Ai confini del mare), curando abilmente le pur poche scene d’azione. Infatti questo non è propriamente un film d’azione, ma un film in cui si analizza – grazie alla consumata capacità di Weir, già regista de “L’attimo fuggente” – il microcosmo di una nave, coi suoi tempi e riti dettati dallo squillo delle campane e dal vento, con la bonaccia o con la tempesta, nonché l’esplorazione delle superstizioni dei marinai, dell’autorità del comandante e degli ufficiali, le punizioni e altre usanze marinaresche. Ad un livello più profondo il film tratta anche altri temi cari al regista, come l’amicizia coi suoi contrasti (quella già matura tra i pur diversi Jack Aubrey e Stephen Maturin, uniti però pronfondamente dalla musica (i due infatti ci regalano splendidi duetti di violoncello e violino, di cui allego un pezzo) e quella che nasce fra gli ufficiali di bordo, Blackeney e Calamy), l’eroismo, l’onore e l’amor di patria (gli scontri navali e le lodi all’ammiraglio Nelson), la formazione del carattere dei giovani ufficiali e la fragilità di quello di altri. Tutto ciò ha valso al film ben dieci candidature agli Oscar, nel 2004, tra cui anche miglior regia e miglior regista, venendo però superato dal kolossal fantasy “Il Signore degli Anelli – Il ritorno del Re”, riuscendo a conquistarne alla fine solo due, cioè miglior fotografia e miglior montaggio sonoro.

In conclusione, Master and Commander è un film consigliato agli appassionati di film epici e di stampo marinaresco, ma non mancherà di dare emozioni anche ai non patiti del mare, grazie alle straordinarie capacità recitative di Russell Crowe, di cui è superfluo ogni ulteriore complimento, e quelle dell’eccezionale Paul Bettany.

Emanuele Ambrosio


Una ricerca metafisica: Io e Dio di Vito Mancuso

Ho deciso di partire con la presentazione del libro “Io e Dio” di Vito Mancuso perché ritengo basterebbe da sola, con la breve e veloce enunciazione dei temi che Mancuso affronterà nel libro, per far nascere un interesse e il desiderio di leggerlo. Tuttavia ritengo doveroso, dopo aver letto e ammirato il libro ed il suo autore, spendere, non senza fatica, qualche parola in più.

Io e Dio – Una guida dei perplessi” (il titolo potrebbe a prima vista frenare, mostrandosi apparentemente presuntuoso) è un libro di teologia fondamentale in cui il suo autore, forse contrariamente a quanto fatto dalla tradizione – rea di aver fatto crescere il pregiudizio che la teologia sia una disciplina per pochi iniziati -, fa “scendere” le riflessioni teologiche ad un livello tale da renderle comprensibili e, perché no?, appetibili alla massa, compreso a chi di solito accantona i problemi metafisici e teologici ritenendoli inutili o comunque semplicemente astratti. Mancuso, rovesciando questa convinzione, ci dimostra che riflettere sulla vita e quindi su Dio è quanto di più antico ed umano ci sia.

Il libro, come ogni saggio che si rispetti, è formato da una pars destruens (“parte che distrugge”, la parte che demolisce le tradizionali ed errate convinzioni) e da una pars construens (“parte che costruisce”, la parte propositiva).

Nella prima parte, Mancuso, col suo spirito innovativo ed anticonvenzionale, distacca quella che è la sua concezione di teologia da quelle delle due posizioni religiose che vigono in Occidente: da un lato troviamo i dogmi del Magistero Cattolico, dall’altro i dogmi protestanti, secondo cui la Bibbia è l’unica fonte di verità. Rivelando le contraddizioni e le ipocrisie insiti in tali dogmi (in particolare quelli del Magistero, con largo uso di fonti), Mancuso sostiene che è riduttivo dover scegliere fra due (o anche più) posizioni in una ricerca, quella della verità e del senso ultimo della vita, che è anzitutto soggettiva, personale, poi sociale e religiosa, ma che non dovrebbe mai sottostare a dogmi aprioristici e vincolanti che limitano la libertà della ricerca.

Contemporaneamente, Mancuso riflette sula società odierna suddivisa tra l’autoritarismo delle gerarchie religiose, che è anacronistico e incapace di fornire risposte nei tempi moderni, ed uno scientismo che spesso, ma forse inconsapevolmente, finisce per fornire dogmi di un ateismo semplicistico, spiegando che in una società in cui si sceglie una sola fra queste due dimensioni si finisce inevitabilmente in un egoismo malsano, in un disperato e cinico nichilismo. Superando queste posizioni, Mancuso sostiene che invece la ricerca laica e quella religiosa procedono parallelamente, sebbene su strade e con modalità diverse, ma sono ugualmente meritevoli di rispetto fintantoché scaturite da una ricerca personale.

Dopo ciò, nella seconda parte – che però appare più farraginosa e non molto convincente – Mancuso – che, per esperienze personali raccontate anche nel libro, continua a ritenersi cattolico, sebbene temo sia ormai prossimo alla scomunica – propone una sua personale visione spirituale e una modalità di ricerca della verità, cioè quello che sinteticamente si potrebbe definire un cattolicesimo riformulato alla luce della modernità, con alla base diversi concetti sull’etica presi a prestito da Kant.

“Io e Dio” è un libro sorprendentetemente limpido ed agevole da leggere, nonostante sia un saggio di teologia. Come si può intuire anche guardando la presentazione, Mancuso è forse uno di quei rari teologi che, dopo aver riflettuto sulle questioni metafisiche, pondera anche sulle parole da usare, cercando di rendere al meglio la chiarezza e la comprensibilità di un concetto.

In un libro di grande onestà intellettuale, supportato dalla storia del pensiero filosofico e teologico, attingendo da una grande quantità di fonti e disponendo sapientemente citazioni bibliche, filosofiche (il citato Kant è solo un esempio), letterarie e anche scientifiche, Mancuso ci accompagna come un amico, senza alcuna presunzione o senso di superiorità, ma con desiderio di condivisione e di partecipazione, in una riflessione sul senso della vita e di Dio, senza mediazioni, perché “per ogni uomo che viene sulla terra la partita è sempre tra Io e Dio”.

Emanuele Ambrosio


Un viaggio con Mel Gibson al tempo della Guerra d’Indipendenza americana

“Il patriota” è un film storico del 2000 diretto da Roland Emmerich. Ambientato nel tardo Settecento, in Carolina del Sud, racconta la Guerra d’Indipendenza americana vista dalla prospettiva dei coloni.

Benjamin Martin (Mel Gibson), eroe di guerra, avversa inutilmente le intenzioni dei suoi concittadini di ribellarsi all’Inghilterra, preoccupandosi inoltre dell’arruolamento del figlio Gabriel (Heath Ledger). A convicerlo della necessità di scontrarsi con gli inglesi sarà un’esperienza che vivrà sulla sua pelle, vedendo in prima persona le atrocità di cui erano capaci gli inglesi, in particolare del colonnello di cavalleria William Tavington (Jason Isaacs), il quale uccide suo figlio Thomas (Gregory Smith) e decine di soldati americani feriti davanti ai suoi occhi, solo perché Benjamin aveva prestato loro soccorso, arrivando ad ordinare di bruciargli la casa e ad arruolare forzatamente la sua servitù. Con una furia che ha solamente un precedente nella sua vita, Benjamin Martin raccoglie le armi e decide di scontrarsi con gli inglesi, arruolando ribelli e combattendo utilizzando tecniche di guerriglia per indebolire le forze nemiche, tagliando approvvigionamenti e tendendo imboscate. Attraverso cruenti combattimenti e atti di violenza inaudita commessi dagli inglesi, si arriverà allo spettacolare scontro finale che permetterà ai coloni di potersi finalmente ritenere cittadini di uno Stato americano.

Il film è consigliato agli amanti dei film storici, grazie soprattuto alla sua accuratezza scenografica, quella degli ambienti (è stato girato presso i campi di battaglia su cui si combatterono realmente quelle battaglie), dei costumi, delle tecniche di combattimento del XVIII secolo che gli attori hanno dovuto imparare in lunghi periodi di allenamento per poterle riprodurre fedelmente e degli effetti pirotecnici, conducendo lo spettatore in un viaggio indietro nel tempo, grazie anche alle musiche spettacolari e galvanizzanti. Il film tocca anche altri temi, dimostrando sfaccettature non solo belliche di quel periodo, come l’amore e la crudeltà, la morte, i pregiudizi razziali, l’integrazione dei neri nella società e ovviamente il sentimento patriottico che emerge da ogni fotogramma e che tratteggia – qui il film non si dimostra imparziale – con eccessivo buonismo gli americani e con eccessiva spietatezza e disumanità gli inglesi, anche con alcune omissioni storiche, ad esempio toccando solo marginalmente il tema del sistema schiavistico coloniale.

Ciononostante è uno di quei film spettacolari che infondono forti valori morali, grazie anche alle buone interpretazioni di tutti gli attori, su cui troneggiano quella dell’immenso e carismatico Mel Gibson e dell’allora sconosciuto Heath Ledger, che da allora “esploderà” rivelandosi un ottimo attore, purtroppo precocemente scomparso. Splendida anche la fredda ed elegante interpretazione del britannico Jason Isaacs e quella del solido Chris Cooper.

Concludendo, una magistrale ricostruzione storica e l’ottima scelta del cast di attori hanno permesso di girare un film epico, che merita di essere visto ed apprezzato.

Emanuele Ambrosio


Avvicinarsi (o ritornare?) alla filosofia con Jostein Gaarder

“Il mondo di Sofia” è un libro pubblicato nel 1991 che ha garantito fama internazionale al suo autore, Jostein Gaarder.

Romanzo di formazione e filosofico con alcune tinte da “giallo”, racconta la storia di una ragazza quattordicenne, appunto Sofia Amundsen, la quale riceve lettere anonime con strane domande del tipo “Chi sei tu?” o “Da dove viene il mondo?”. A queste apparentemente semplici domande Sofia (palese il motivo della scelta di questo nome) si rende conto di non saper rispondere.

La storia prosegue con l’arrivo di altre lettere, le quali aiutano la giovane a comprendere che, a tali domande, cerca incessantemente una risposta la filosofia, disciplina verso la quale comincia a sentire un’attrazione ma soprattutto un bisogno. Attraverso sempre l’originale impianto epistolare, il misterioso filosofo tratta sistematicamente, chiaramente sempre nei limiti imposti da un romanzo, la storia della filosofia occidentale, spiegandone il pensiero dai presocratici fino a Freud, passando per Plotino, Aristotele, Sant’Agostino, Cartesio, Hume, Kierkegaard, Kant, Hegel e tutti i più influenti filosofi che la nostra umanità può vantare, calati sapientemente e giustamente nel loro contesto storico e culturale.

L’intento del filosofo (e dello scrittore norvegese), però, non è quello di inserire sterilmente nella mente di Sofia nozioni filosofiche, quanto piuttosto quello di farle (e di farci) rendere conto delle immense possibilità della vita e del mondo, insegnando che non bisogna mai dare nulla per scontato abituandosi passivamente alla quotidianità e alla routine, aiutandola inoltre a comprendere che il mondo e la società in cui viviamo non sono affatto retti razionalmente, ma si dimostrano invece caotici, senza ideali e valori, in cui la vita si riduce irrazionalmente (se si considerano le infinite potenzialità umane) alla ricerca del divertimento, del denaro e del sesso.

Negli ultimi capitoli si risolve il giallo dell’identità del filosofo anonimo e dell’intricata storia che nel frattempo si è venuta costruendo, rivelando un interessante metatestualità o, per dirla diversamente, il romanzo si rivela un metaromanzo con tinte probabilmente surreali, ma che hanno lo scopo di far comprendere, spiazzando il lettore, il potere del “pensare filosoficamente”.

Non è un romanzo semplice, da leggere in fretta o con eccessiva leggerezza. In particolare, il pensiero dei diversi filosofi che Jostein ci offre va letto con attenzione, per evitare l’altrimenti ovvia confusione e mancanza di comprensione, soprattutto per chi non è avvezzo alla filosofia. Tuttavia l’ottimo bilanciamento fra contenuti filosofici e struttura romanzesca raggiungono lo scopo di far riflettere sulla metafisica e sulla logica. Insomma, un excursus sulla filosofia occidentale “for dummies”, che appassionerebbe anche un profano della disciplina, aiutandoci ad uscire dalla superficialità quotidiana, indirizzandoci cautamente verso riflessioni sull’origine della vita e sulla sua fine, sulla realtà, sul Mondo, sulla Natura, su Dio, sui nostri sensi, trasmettendo un vero “amore per la sapienza”, dimostrando che fare filosofia è una necessità specificamente umana.

Emanuele Ambrosio


Il colpo grosso di Kevin Spacey e Danny DeVito

“The Big Kahuna”, l’affare della vita nel gergo dei venditori. È questa è l’intenzione per cui, tre rappresentanti di una fabbrica di lubrificanti industriali, Larry Man (Kevin Spacey), Phil Cooper (Danny DeVito) e Bob Walker (Peter Facinelli), hanno organizzato una convention per incontrare un importante cliente. In realtà la trama, ai fini del film, è totalmente irrilevante, perché questo si svolge quasi interamente in un’unica stanza d’albergo di Wichita, dove cui i tre discuteranno fra di loro.

L’intenzione del regista John Swanbeck e di Roger Rueff, ideatore della commedia teatrale da cui è tratto il film e curatore della sceneggiatura del film, è stata infatti esattamente quella di creare un film senza troppe pretese ed esagerazioni, nonostante due grandi attori come Kevin Spacey e Danny DeVito, dando un esempio di cinema con impianto teatrale, fatto di ambientazioni “scarne”, un numero esiguo di personaggi, tempi dilatati e dialoghi serrati, che danno risalto alle parole, al loro significato e alla recitazione dei personaggi.

Questi sono Phil e Larry, legati da un’amicizia che dura da molti anni, l’uno abile venditore cinquantenne, divorziato, disilluso e che ha visto praticamente tutto nella sua vita, il quale ripensa nostalgicamente al passato continuando a vivere nel presente senza provare emozioni. L’altro, invece, il collega Larry, più giovane e venditore ancora al culmine della sua carriera, con l’obiettivo di riuscire a catturare il suo pesce grosso, “big kahuna”. Uno che si gode la vita, beve, fuma, adora le donne in tailleur, superficialmente cinico ma fragile interiormente. Fra di loro c’è Bob, un nuovo venditore, ragazzo inesperto, ingenuo e fortemente religioso.

Durante il loro soggiorno nella stanza d’albergo i tre personaggi discutono di diverse questioni: della vita, del lavoro, dell’amore, della religione, della vita e della morte, del passato, dei sogni, dando consigli, facendo riflessioni o lasciandosi andare a nostalgici ricordi. Riflessioni “filosofiche” fatte in un luogo “intimo” che invita alla sincerità, alla franchezza. Dialoghi in cui, anche se fatti da chi ha visioni opposte, non ci sono né vincitori né vinti.

La scenografia molto comune che sfiora il banale è stata, come forse si evince dalle mie entusiastiche parole, ampiamente ripagata da una buona sceneggiatura e due grandi attori. Ciò ha permesso di girare un film ben riuscito, forse non eccezionale, ma con una storia a tratti commovente, divertente, sarcastica, con notevoli e lunghe riflessioni, che fanno di questo film un inno alla vita, soprattutto nel memorabile monologo finale, che allego all’articolo e vi consiglio di ascoltare.

Emanuele Ambrosio