Terza puntata: i giudici tornano sul classico ed Emanuele va a casa…

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Era nell’aria. L’epilogo del terzo live di X Factor 12 è ampiamente prevedibile e conduce all’eliminazione di Emanuele, decretata dal pubblico che, dopo il tilt, salva i Seveso Casino Palace. Per la prima volta quest’anno sono abbastanza d’accordo con il responso finale e i motivi li spiegherò nelle pagelle. Credo che invece, dopo tre serate, ora sia il momento di fare il punto della situazione sull’operato dei giudici, questa volta più inclini a scegliere brani decisamente noti. Lodo Guenzi è educato ma più che altro lo definirei innocuo nei suoi commenti spesso democristiani e privi di mordente, mentre è meglio far calare un velo pietoso sulle scelte musicali da lui compiute fino ad ora. Mara Maionchi, fa male dirlo, mostra tutti i segni dell’età e della stanchezza e per questo è inutilmente bizzosa e palesemente stufa di un ruolo che ha svolto per troppi anni. Manuel Agnelli ha ricevuto in dote la squadra più forte e la sta gestendo tutto sommato bene, anche se certi suoi commenti verso gli altri concorrenti hanno evidentemente il solo scopo di stornare i voti del pubblico verso le sue pupille, senza preoccuparsi della smaccata pretestuosità di ciò che dice. Infine c’è Fedez, il quale, insospettabilmente, è quello che sta assegnando i pezzi più adatti alle sue cantanti, in barba a qualsiasi tentativo forzato di sperimentazione a tutti i costi. Compiuta questa panoramica, andiamo al pagellone:

NAOMI (Think) 7,5: Molto discutibile la scelta scenografica di rappresentare Napoli come una favela con file di panni stesi e donne con bigodini e vestaglia: insomma, un inno agli stereotipi che annoia solo a guardarlo. Di tutto ciò ovviamente non è responsabile Naomi che, come al solito, mette in mostra le sue immani doti vocali non sfigurando al confronto con un super classico dell’immortale Aretha Franklin, cantato in maniera più scanzonata, cosa che, contrariamente a quanto sostiene Agnelli, a mio parere non fa sfumare il messaggio insito nel testo. Qualche piccola incertezza sui fraseggi bassi fa sì che l’esibizione non sia ai livelli di quelli della settimana scorsa ma lei resta una delle favorite alla vittoria.

BOWLAND (Senza un perché) 6: Il fatto che fino ad ora non avevano mai cantato in italiano un perché ce l’aveva eccome: nella nostra lingua perdono più di metà del loro potenziale e si normalizzano. Le sonorità sono come al solito ricercate e originali (suonare il bordo di un bicchiere con il dito è talmente geniale da apparire quasi ridicolo), ma la cantante tende ad interpretare il pezzo di Nada in modo troppo cantilenante. Spero che Lodo non abbia in mente di distruggere anche loro. Fermatelo prima che gli assegni la vecchia che balla.

LUNA (Blue jeans) 8: Non c’è niente da fare, questa ragazza ha talento da vendere. Anzi, questa donna. Nonostante l’età anagrafica, produce un’altra performance di sconcertante maturità artistica, evidente nel modo in cui pesa le diverse parole del testo, sapendo dove enfatizzare e dove sottrarre. Stavolta non ha rappato e, paradossalmente, ha fatto l’esibizione migliore. Super.

EMANUELE (Congratulations) 5: Eh vabbé, quando uno decide di suicidarsi artisticamente, amen. Dopo lo scempio trap di giovedì scorso, insiste nel voler cantare pezzi avulsi dal suo mondo e così si cimenta con un brano in cui per essere credibile devi aver vissuto almeno 30 anni in più oppure essere…Luna. E infatti, pur non stonando, interpreta la canzone in modo tremendamente piatto, con un’espressione del volto imbalsamata anche quando deve interagire con la ballerina, da lui osservata con la stessa passione e intensità con cui un ultraottantenne guarda un’escavatrice meccanica fare il suo lavoro nel cantiere sotto casa. Al ballottaggio tenta di riscattarsi con una buona versione di ‘Location’, ma non può bastare. Doveva già uscire la settimana scorsa, quindi giusto così e in bocca al lupo.

SHEROL (La voce del silenzio) 7: Andrò controcorrente ma per me è stata una delle sue peggiori esibizioni. Solita manifestazione di potenza e precisione vocale (per questo è impossibile metterle meno di 7) ma è proprio lì il punto: quando si canta un pezzo che ha un testo del genere, bisogna avere la consapevolezza di capire quando farsi un po’ in disparte vocalmente per far comprendere il testo, altrimenti diventa una manifestazione di forza muscolare e nulla più. Mina aveva misura ed eleganza, lei invece stavolta non l’ha avuta, spingendo troppo in molti punti. Rimane straordinariamente brava ma forse era troppo presto per farle affrontare una canzone come questa.

LEO (Hold back the river) 6,5: Stasera va di compitino, senza infamia e senza lode. Vocalmente è più limitato di quanto pensassi ma il timbro interessante in un modo o nell’altro lo salva sempre. Una prestazione onesta la sua, ma senza guizzi o momenti particolari che mi facessero balzare dalla sedia. Deve fare di più oppure è tra i prossimi a rischio.

SEVESO CASINO PALACE (Take on me) 4,5: Ma dove diamine sono finiti quei cinque ragazzi che cantarono ‘Miss the misery’ ai bootcamp? Questi sembrano i gemelli scarsi. Lei urla e stona da far tremare i polsi, il batterista è disastroso e gli altri suonano come una gruppetto alle prime armi, di quelli che si chiudono in garage per fare bordello. Ok le assegnazioni errate di Lodo, ma pure loro devono darsi una svegliata, visto che anche al ballottaggio (dove cantano in modo pietoso l’orrenda ‘Ricchi per sempre’ di Sfera Ebbasta) svaccano paurosamente. Forse è stato giusto salvarli perché rispetto ad Emanuele possono proporre qualcosa di nuovo ma se continuano così rischiano di uscire prima di poterlo fare.

RENZA (Mi sono innamorato di te) 8,5: Migliore performance della serata per distacco. Scelta ottima di Fedez che le assegna il capolavoro di Tenco e lei lo ripaga rispettandolo con intelligenza e gusto. Non esagera mai, narra il testo con chiarezza e pulizia di suono, coinvolge l’ascoltatore senza fuochi d’artificio ma con la forza più ammaliante che ci sia: quella delle parole. Chapeau.

MARTINA (Material girl) 5,5: Passa dalla disperazione per l’alcolismo al cazzeggio ballabile di Madonna con invidiabile nonchalance, ma la sua performance è il trionfo dell’apparenza sulla concretezza. Arguto l’espediente di coprirle la voce con un profluvio di cori sui punti più difficili per non mostrare le pesanti incertezze vocali, forse dovute anche al fatto che cantare mentre si pattina non è una delle cose più facili al mondo. Un’esibizione che mi lascia fortemente perplesso, ma ormai sto diventando un vegliardo rompicoglioni, quindi forse è colpa mia. Boh.

ANASTASIO (Mio fratello è figlio unico) 7,5: Anche stasera è tra i migliori, pur alle prese con lo spessore del brano di Rino Gaetano. Si confronta con il tema dell’emarginazione sociale, sottolineando nella sua reinterpretazione, come le botte prese dalla vita non riescano a trasformare in peggio l’animo del protagonista e così ‘Il mondo vince le sue battaglie ma la guerra l’ha persa in partenza perché per quanto lo tenga in bilico, lui cinico non ci diventa’. Proprio perché credo abbia un talento immenso, mi sento però in dovere di sottolineare che in quest’occasione ha ripetuto troppo spesso le stesse frasi, quando la canzone forniva migliaia di spunti per un’ulteriore rielaborazione. Il discorso di Agnelli sul fatto che deve mettersi in gioco come gli altri non ha il minimo senso (riscrivere un’intera parte di testo ogni settimana non è mettersi in gioco?), ma lui non deve adagiarsi perché è un fenomeno e sarebbe un delitto se non sfruttasse appieno il suo potenziale.

La prossima settimana ben tre cantanti andranno al ballottaggio e quindi i giochi inizieranno a farsi seri: speriamo lo diventino sempre più anche le assegnazioni di quei quattro dietro al tavolo.

Ivan Corrado

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Seconda puntata: è un paese per vecchi e ne fanno le spese i Red Bricks Foundation…

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Niente da fare: l’hard rock in Italia proprio non sfonda. Un’ulteriore dimostrazione se n’è avuta nel secondo live di X Factor 12 (a tema attualità, rappresentato da canzoni uscite nel 2018), con l’eliminazione del tutto assurda dei Red Bricks Foundation, finiti per la seconda volta al ballottaggio. Mentre la settimana scorsa ci poteva stare un loro addio alla trasmissione, stavolta hanno sfoderato due ottime performances, ma ormai il pubblico aveva deciso irrevocabilmente la loro sorte e infatti dopo il Tilt li ha sbattuti fuori. La cosa in realtà non mi sorprende neanche troppo dal momento che il genere dei Mattoni Rossi non ha mai preso particolare piede dalle nostre parti. A ciò si aggiunga il fatto che viviamo in uno dei periodi storici politicamente più retrogradi per l’Italia, dove tutto sembra convergere nell’affossamento sistematico delle aspettative dei giovani, come è evidente dalle più recenti riforme governative. Direte voi: aspetta un momento, cosa diamine stai dicendo, Emanuele è stato salvato dal pubblico e ha 16 anni, altro che paese per vecchi! E invece no, perché il pur bravo Bertelli, al di là dell’età anagrafica, incarna musicalmente alla perfezione la vecchiezza che tanto piace agli italiani, quell’assenza totale di novità che tanto conforta e fa sentire al sicuro, mentre l’irruenza anche provocatoria dei Red Bricks non può sperare di aprire una breccia nel Paese forse più soffocato di political correctness del pianeta. L’antidoto a questa cappa opprimente non può certo essere il turpiloquio di Mara Maionchi che sì, fa sorridere, ma ormai è stantio e dimostra, insieme alla ormai totale incapacità di presentare in modo decente i propri cantanti, come arrivati ad una certa età forse sarebbe il caso di ritirarsi con dignità. Ad ogni modo, con rammarico, andiamo a vedere il dettaglio delle pagelle:

LUNA (God is a woman/I do) 7: La conciano in modo improponibile ma lei è una tigre da palco e lo dimostra anche stavolta, pur evidenziando qualche incertezza vocale di troppo nelle parti melodiche, sul brano di Ariana Grande. Il rap è come al solito corrosivo e, pur avendo un testo forte, in cui si sprecano le parole “troia”, “puttana” e altre amenità del genere, non mi disturba il fatto che l’abbia cantato una ragazzina di 16 anni dal momento che dove c’è consapevolezza di ciò che si sta facendo e dicendo, non esistono tabù, e lei ha dimostrato di essere pienamente in controllo della situazione. L’unico rischio è che alla lunga questo tipo di esibizioni diventino sovrapponibili l’una con l’altra, ma di questo dovrà occuparsi Manuel Agnelli.

LEO (Next to me) 6,5: Indubbiamente migliorato rispetto alla prima esibizione sul piano della disinvoltura con cui sta sul palco, ma ancora non pienamente convincente sul fronte vocale dove in certi punti forza un po’ troppo come se facesse fatica a prendere la nota. Certo, canta sempre con un cipiglio corrucciato e sarebbe il caso di variare un po’ il repertorio, anche per valorizzare al meglio l’interessantissimo graffio che ne contraddistingue la vocalità. Appare ancora inespresso sotto certi aspetti ma confido nel fatto che prima o poi si sbloccherà del tutto.

SEVESO CASINO PALACE (Amore e capoeira) 3: Orrore supremo. Dopo aver ascoltato la loro esibizione mi sentivo incapace di intendere e di volere, come se fossi Lapo Elkann dopo una lobotomia. Lodo Guenzi continua a seguire scrupolosamente il manuale su come prendere una band rock/metal molto promettente e distruggerla con efferata crudeltà, infatti dopo la porcata indicibile della settimana scorsa gli assegna questa ridicola canzonetta da villaggio vacanze. Loro cercano di riarrangiarla in chiave malinconica, tentando anche di scrivere una strofa e di fonderla con sonorità nu metal, ma l’effetto è tragicamente comico. Solito caos strumentale, stonature agghiaccianti e una scenografia priva di qualsiasi parvenza di senso completano il disastro totale. Il fatto che non siano finiti al ballottaggio dimostra come il televoto sia uno strumento esecrabile attraverso cui si vota seguendo logiche che con la musica non hanno nulla a che fare. Terribili.

NAOMI (Never enough) 8,5: Cosa puoi dire dopo un’esibizione del genere? Devi solo stare zitto e applaudire. Può non incontrare il mio gusto (i musical sono il genere cinematografico che detesto maggiormente) ma è oggettivamente una cantante straordinaria. Prende note iperuraniche e le trattiene per un’eternità, mostrando una capacità polmonare sconosciuta alla scienza. Possiamo discutere sul fatto che in questa esibizione ci sia poca novità, ma quando una persona canta così, va al di là di ogni altra considerazione. Pazzesca.

MARTINA (Sober) 8: Continuo a trovarla intollerabile come personaggio (e la vocina da rimbambita che utilizza quando parla con i giudici me ne dà conferma) ma devo essere anche onesto e perciò non posso negare che stasera abbia fatto una grande esibizione. Riesce a trasmettere l’intensità del brano originale in cui si parla di dipendenza dall’alcool e fa capire come può essere artisticamente matura se lo vuole. Questo mi fa ancora più incazzare quando penso al fintissimo vestito da mocciosetta ingenua che si è cucita addosso. Occhio però, perché a lungo andare questo potrebbe danneggiarla.

RED BRICKS FOUNDATION (Thoiry remix) 7,5: Passo avanti esponenziale rispetto al primo live. Anche qui Lodo ha cannato l’assegnazione, ma loro stavolta sono stati così bravi da far dimenticare anche il sabotaggio del proprio giudice. Hanno capito che l’elemento forte del gruppo è il batterista e infatti gli danno più spazio facendolo esaltare con assoli da fenomeno. Il cantante non fa capire una parola di quello che dice ma è molto più vero e autentico in confronto a giovedì scorso e la ribellione totale manifestata dalla sua corsa folle tra il pubblico è stata indubbiamente d’impatto. Ancora più forti al ballottaggio dove spettinano tutti, sfogandosi sulle note di ‘Have love, will travel’ in cui suonano alla grande e trasmettono un vento fresco di novità nel piattume stagnante italiano. Se fossero usciti sette giorni fa non avrei avuto molto da dire, ma erano in netta crescita e la loro eliminazione questa sera è una delle più ingiuste nella storia del programma. Peccato.

EMANUELE (Zingarello) 4: Come gli è venuto in mente di proporre a Mara l’idea di cantare un brano trap? E Mara come ha potuto assecondare un progetto suicida, tipico errore di immaturità? Domande a cui è difficile trovare una risposta. Nella sua performance non fa errori tecnici ma è completamente sbagliato il mood, l’impostazione e sentirlo cantare con profonda concentrazione la frase “Non farmi il lavaggio del cervello, son Baggio zingarello, facciam braccio di ferro”, suscita copiosa ilarità. Prestazione grottesca.

BOWLAND (No roots) 7: In una serata in cui quasi tutti sono abbastanza sottotono, pure loro non danno il meglio. Sempre bravi a saper trasporre nel loro mondo i brani assegnati, ci mancherebbe, ma stavolta li ho trovati meno incisivi e ammalianti del solito. Si cimentano con un pezzo più ritmico rispetto ai loro standard e la voce della cantante assume tonalità a volte troppo acute e ‘lagnose’, non appoggiandosi bene sul tessuto armonico che invece è come sempre di ottimo livello. Piccolo passo indietro.

RENZA (Thunderclouds) 5,5: La chitarra è la sua coperta di Linus e infatti appena gliela tolgono incespica. La canzone è di una monotonia avvilente e lei non riesce a ravvivarla, incappando anche in alcune incertezze d’intonazione, soprattutto quando si avventura in un range di note alte che costituzionalmente non padroneggia. Se Emanuele non avesse fatto harakiri, probabilmente il ballottaggio sarebbe toccato a lei e infatti resta una tra le più a rischio per giovedì prossimo.

SHEROL (Rank & file) 8: Eh be’ signori, questa qui è una fuoriclasse. Anche a questo giro, Manuel la porta fuori dalla comfort zone ma lei risponde presente e non sbaglia nulla, seguendo anche prossemicamente, con il linguaggio del corpo, il tambureggiante arrangiamento simil gospel. Forse sarebbe ora di ricompensarla con un classicone sul quale può far venire giù lo studio. Di sicuro è nella rosa dei possibili vincitori.

ANASTASIO (Se piovesse il tuo nome) 8: ‘E pensare che bastava un tentativo, pensa a un punto di partenza, non a un punto d’arrivo, l’arrivo viene da sé, quindi non ne discuto, che sia un traguardo o un dirupo e la tua pelle era un tessuto, l’avrei sempre indossata che fosse seta, velluto, che fosse carta vetrata, ma sono nudo, sono muto e le tue mani di fata mi hanno annodato la gola e ogni parola è sbagliata’. Basterebbe questa parte del testo scritto di suo pugno per confermare che siamo in presenza di uno dei migliori autori visti sulla scena italiana negli ultimi anni. Riesce a trasformare una normale canzone d’amore di Elisa in una riflessione per immagini, densa, vivida, pregna. Costretto ad esprimersi su un tema forse lontano da quelli che affronta di solito, se la cava egregiamente e tenta anche di cantare il ritornello, ma quello scritto da altri sbiadisce e perde d’interesse di fronte alle sue rielaborazioni. Meriterebbe fin da ora un posto in finale.

Sperando che la prossima non sia una puntata a tema, vi do appuntamento tra sette giorni con l’amara constatazione secondo cui se, come diceva Nietzsche, Dio è morto, anche il rock non si sente tanto bene.

Ivan Corrado


Prima puntata: inizio fiacco, assegnazioni insensate e l’eliminazione immeritata di Matteo Costanzo…

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Perché? Ecco la domanda ricorrente durante il primo live di X Factor 12. Come diamine si fa ad avere il cast forse più forte di sempre e sprecarlo in questo modo? Mistero. I giudici riescono a rovinare quasi tutti i concorrenti con assegnazioni prive di qualsiasi logica. Ora, io capisco che bisogna sperimentare e non ci si può adagiare su ciò che già si sa fare, ma, porca paletta, siamo alla prima puntata, c’è tutto il tempo per azzardare scelte più rischiose. Sarebbe stato meglio iniziare con brani che mettevano più a loro agio i concorrenti, al netto del fatto che a me questa storia che bisogna saper cantare quasi tutto ha francamente sbriciolato le palle: se uno fa metal, perché deve saper cantare anche il rap? Queste non sono sperimentazioni, sono cazzate senza senso.

Contribuiscono all’esito fiacco della serata l’esordio di Lodo Guenzi in giuria (le sue assegnazioni sono le più deliranti e inoltre è logorroico come Morgan ma la differenza è che dice idiozie, mentre il buon Castoldi faceva divulgazione musicale) e la mancanza palpabile del totemico Luca Tommassini, le cui scenografie fino ad ora non sono state eguagliate neanche alla lontana dal nuovo direttore artistico Simone Ferrari.

Alla fine della fiera il ballottaggio tra Red Bricks Foundation e Matteo penalizza quest’ultimo che, senza uno straccio di spiegazione da parte di Mara (il cui voto è decisivo), torna a casa dopo aver fatto, a parer mio, un’ottima esibizione. Ma entriamo nel dettaglio con le pagelle:

SEVESO CASINO PALACE (Giovane fuoriclasse) 5: Prima cappellata di Lodo che gli assegna un pezzo rap raccapricciante, depotenziando totalmente la loro energia metal. Il risultato è una caciara assordante in cui non si sente né il sound dei musicisti, né le parole del pezzo, incomprensibili. Un frastuono generale in cui tutti gli elementi dell’esibizione sono stretti nell’abbraccio di un universale caos: ma è un caos sterile che non produce alcun cosmo interessante. Pagano la scelta folle del proprio giudice. Penalizzati.

LEO (Broken strings) 5,5: Il buon Gassmann porta a casa la pagnotta non sbagliando nulla vocalmente, ma è terribilmente imbalsamato sul palco e il momento in cui abbassa la testa per controllare se ha i piedi posizionati nel punto giusto del palco è francamente imbarazzante. Deve liberarsi, sciogliersi e badare solo a cantare perché quello lo sa fare molto bene. Bloccato.

LUNA (E.T.) 7,5: Una delle poche ad avere la fortuna di cantare un pezzo adatto a lei e si vede: non esita mai, va dritta alla meta, seguendo pure una coreografia forse superflua e mostrando una sana strafottenza e padronanza del palco che a 16 anni ha del mostruoso. Esplosiva.

RENZA (Raggamuffin) 7: L’eleganza al potere. Esibizione minimal, senza orpelli di alcun tipo, essenziale. Il mestiere si sente, come la calma che trasmette, segno della sicurezza di chi ha un bel bagaglio di esperienza che le permette di andare tranquilla verso l’ignoto. Anche in un pezzo più ritmato rispetto a quelli cantati nelle selezioni, non si scompone e mostra come la semplicità, molto spesso, è un grande valore. Serena.

RED BRICKS FOUNDATION (New rules) 4: Le minchiate di Lodo Guenzi, volume 2. Questi poveri disgraziati fanno brit-rock e sono costretti a cantare una ballatina dance pop di Dua Lipa (sigh). Cercano di trasferirla nel loro mondo ma la forzatura è evidente e se musicalmente in parte ci riescono (nota di merito soprattutto al batterista che è il migliore dei quattro), è il cantante a mandare tutto in vacca. Chiariamoci: non mi disturba tanto il fatto che abbia stonato selvaggiamente perché per il loro genere la stonatura è quasi cercata volutamente, è il marchio di fabbrica di un cantato sporco, indolente. Il problema è che questa attitudine non c’entrava una beata mazza con il pezzo cantato. Si riscattano in parte all’ultimo scontro dove, come all’Home Visit, ho apprezzato molto la loro versione di ‘Sono un ragazzo di strada’, ma meritavano di uscire. Senza Asia, è difficile che sopravvivano alla prossima. Disagiati.

ANASTASIO (C’è tempo) 8,5: Eccola qui la star della serata. Sì, proprio lui che star forse non lo sarà mai. Prende un brano di commovente bellezza, composto da quel geniaccio di Ivano Fossati e riscrive il testo, facendolo risultare pienamente all’altezza dell’originale e, anzi, attualizzandone la tematica. Evidente il riferimento alla generazione dei giovani di oggi, illusi di poter avere tutto da coloro che invece gli stavano letteralmente sottraendo il futuro da sotto il naso, proprio come sta accedendo oggi in Italia da un punto di vista politico, economico e sociale. Il tempo è il bene più prezioso che abbiamo perché una volta perso non si recupera e allora, come scrive Anastasio, maledetti ‘gentiluomini che discutono col mitra’, quelli che ci hanno ‘rubato la sabbia dalla clessidra e ci hanno detto che per esser liberi bisogna prenotare e far la fila’. Parole vibranti, parole di valore, parole che hanno un peso contro l’insostenibile leggerezza della nostra epoca. Questo ragazzo è un patrimonio dell’Unesco, proteggetelo. Intenso.

NAOMI (Love on top) 7,5: Coefficiente di difficoltà altissimo per lei che si cimenta con gli sbalzi tonali del pezzo di Beyoncé, rendendoli quasi semplici e mostrando un fiato sovrumano. Coloro che le hanno consigliato il look meriterebbero l’ergastolo, ma lei è forte a prescindere da ciò che indossa e lascia la sensazione di poter fare anche meglio di così. Vulcanica.

BOWLAND (Sweet dreams) 8: Ormai è chiaro: ogni loro esibizione è un trip, un viaggio mentale verso un universo inesplorato, straniante ma accogliente. Rendono proprio anche un classicone come quello degli Eurythmics, impreziosito dalle sonorità ancestrali del didgeridoo. L’unico rischio è quello di annoiare lo spettatore in cerca di ascolti facili ma, vi prego, almeno loro non snaturateli, sarebbe un delitto. Onirici.

SHEROL (Can’t feel my face) 6,5: Qui si può quasi parlare di sabotaggio da parte del proprio giudice. Lei ha una delle voci migliori di quest’edizione, ma Agnelli le fa cantare un brano decisamente avulso dalle sue corde e il risultato è quello di una Ferrari che viaggia con il freno a mano tirato. Nella parte più ritmica del pezzo commette anche qualche imprecisione, il che, per una fuoriclasse come lei, dà la misura di quanto poco si sentiva comoda in questo vestito musicale. Sprecata.

EMANUELE (Impossible) 7: Mara non rischia e gli dà un brano che lui si mangia a colazione e infatti non mostra il minimo problema nel condurre in porto l’esibizione. Versione forse troppo simile all’originale e poco personalizzata ma tecnicamente non si può obiettargli nulla. Mi intrigherebbe sentirlo con una canzone degli Spandau Ballet. Potente.

MATTEO (Power) 7: Ok, il testo dell’inserto rap scritto da lui non è trascendentale ma per il resto la sua mi sembra un’ottima performance. Concentrato, determinato, trascinante nell’interpretazione e credibile nella fase in cui si misura con il campionamento tratto da quell’immane capolavoro che è ’21st Century schizoid man’ dei King Crimson. Al ballottaggio è più debole la sua esecuzione de ‘La descrizione di un attimo’ dei Tiromancino e forse avrebbe fatto meglio a presentare ‘Creep’ come all’Home Visit, ma in ogni caso ieri non meritava di uscire. Carico.

MARTINA (Castle in the snow) 7,5: Dunque, cercherò di essere chiaro. Pur non apprezzando il suo timbro, per un mio soggettivo gusto personale, non posso negare che vocalmente sia quasi perfetta. Ciò che non sopporto è la sua attitudine da bambinetta che mi suona terribilmente artificiosa. Per carità, può darsi che sia io a sbagliarmi, ma sento in lei qualcosa di strano, di finto, di costruito, come se ricorresse volutamente alle mocciosate per costruirsi un personaggio, il che risulta fastidioso. Ambigua.

Bene, chiudiamo qui l’analisi di questo primo live, sperando che la prossima settimana i giudici rinsaviscano e assegnino pezzi più adatti. A quei quattro ricordo che il matematico e fisico Erwin Schrödinger diceva che il compito non è tanto di vedere ciò che nessun altro ha ancora visto, ma pensare ciò che nessun altro ha ancora pensato, riguardo a quello che chiunque vede.

Ivan Corrado

 


Home Visit: tra rinunce tardive e ottima musica, i giudici non fanno troppi danni…

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Mi sbilancio alla grande: la dodicesima edizione di X Factor si avvia ad essere quella con la qualità media dei concorrenti più alta. Gli Home Visit hanno confermato l’impressione e le scelte dei giudici sono state, a parte qualche piccola eccezione, decisamente sensate.

La squadra degli Over sembra essere quella un po’ più debole e sono alte le probabilità che il primo eliminato provenga da questo team. Fedez, coadiuvato da Takagi e Ketra (chi??), ha evidentemente investito il budget di quest’anno nello sposalizio con la Ferragni, quindi per stavolta decide di portare i suoi sulle colline toscane, rinunciando ai lussi di Dubai. A semplificargli il lavoro contribuisce l’autoesclusione di Gastòn, il quale decide di mollare dopo essersi reso conto che il percorso televisivo in un programma dove dovrà cantare cover non fa per lui. Ora, a me queste cose fanno terribilmente incazzare: questa è l’edizione numero 12, sai perfettamente come funziona il format, perché non ci pensi prima di iscriverti? O, almeno, prima dei bootcamp, per evitare di togliere spazio ad un altro. Invece no, queste anime belle che dopo tre mesi dicono “toh, questa minestra non fa per me”, mi fanno sempre pensare che intanto hanno voluto beneficiare della visibilità data dalla trasmissione. Comportamento decisamente poco rispettoso. A questo punto, Fedez deve eliminarne solo un altro e decide di lasciare a casa Jennifer, la qual cosa, se me l’avessero detto la settimana scorsa, mi avrebbe fatto sobbalzare dalla sedia, mentre alla luce delle esibizioni di questo Home Visit la decisione mi sembra giusta e devo anche riconoscere a Fedez un coraggio che non credevo avesse. I tre selezionati sono dunque NAOMI RIVIECCIO (solita potenza e assoluta padronanza del mezzo vocale in ‘Valerie’ di Amy Winehouse, è indubbiamente la testa di serie della categoria), MATTEO COSTANZO (dopo il bootcamp in cui aveva scempiato Battisti non gli avrei dato una lira, invece sfodera una cover pazzesca di ‘Creep’ dei Radiohead e si prende meritatamente il posto ai live) e RENZA CASTELLI (è nel suo mondo con ‘Vita’ di Lucio Dalla, interpretata con eleganza e misura, con lei si può esplorare un bel repertorio italiano e non solo).

Molto ben assemblato anche il team degli Under Uomini, selezionati da Mara Maionchi e Achille Lauro (più noto per aver partecipato a Pechino Express, il che la dice lunga) in Provenza. Mara non sbaglia un colpo e promuove MARCO ANASTASIO (incanta con un altro suo inedito, confermando doti di scrittura fuori dal comune che possono renderlo il concorrente più interessante di quest’anno), LEO GASSMANN (ai bootcamp non mi aveva convinto, ma dopo la performance fantastica sulle note di ‘My shoes’ di Paolo Nutini, in cui dosa alla perfezione il graffio che ha nella voce, non puoi lasciarlo a casa) ed EMANUELE BERTELLI (nonostante Mara abbia cannato l’assegnazione perché ‘Sogni appesi’ di Ultimo non c’entra niente con lui, il suo vocione e l’attitudine da professionista consumato non possono lasciare indifferenti), mentre, com’era prevedibile, non ce la fanno Pierfrancesco e Leonardo, il quale tra l’altro, stona maledettamente per tutto il brano.

In Belgio ha invece preso forma il gruppo delle Under Donne di Manuel Agnelli, consigliato da Ghemon (capirai…). Non c’era alcun dubbio sulla scelta di SHEROL DOS SANTOS (talmente meravigliosa e perfetta su ‘Rise up’, da indurre Manuel a rompere la liturgia e a promuoverla prima ancora di ascoltare le altre, cosa che comunque io non avrei fatto per non rischiare di guastare il clima all’interno della squadra) e LUNA MELIS (sebbene abbia solo 16 anni, è quella più a suo agio sul palco, una piccola bomba pronta a esplodere in qualsiasi momento, come dimostra anche su ‘Monster’ di Kanye West), mentre non condivido la decisione di Agnelli di prendere MARTINA ATTILI (per carità, è un personaggione e cantare ‘It’s oh so quiet’ di Bjork è difficilissimo e lei lo fa molto bene, ma a mio parere è ancora acerba vocalmente e in certi punti risulta fastidiosamente bambinesca), al cui posto avrei preferito la più matura Camilla: si intuiva invece che Ilaria avesse pochissime possibilità.

Infine, nella stordente bellezza paesaggistica di un fiordo norvegese, Asia Argento, insieme ad Alioscia Bisceglia (eh?), compie il suo ultimo atto ad X Factor prima della sostituzione con Lodo Guenzi (aiuto), ovvero la selezione dei Gruppi. Le tre band a passare sono i SEVESO CASINO PALACE (‘Bad romance’ di Lady Gaga non è decisamente la loro tazza di tè, come direbbero gli inglesi, e infatti è l’esibizione più debole fatta fino ad ora ma non promuoverli ai live sarebbe stato un delitto efferato), i RED BRICKS FOUNDATION (ero fortemente scettico su di loro, ma mi sorprendono perché il frontman finalmente tira fuori…il carisma e interpreta alla grande ‘Sono un ragazzo di strada’ dei Corvi, con la giusta carica di disperazione, e anche musicalmente l’arrangiamento è molto efficace) e i BOWLAND (trasformano in oro tutto ciò che toccano, e la loro cover di ‘Jealous guy’ è forse una delle cose più toccanti e raffinate mai sentite ad X Factor): nulla da fare invece per Inquietude e Moka Stone, ancora non abbastanza pronti per il grande salto.

Nel complesso si delinea quindi un’edizione in cui potremo sentire tanta musica di qualità, con una grande varietà di stili e di mondi musicali. Tra una settimana si parte con i live e speriamo che le attese non vengano deluse. Certo, l’assenza di Asia peserà, ma in Italia, si sa, si preferisce sempre ciò che è facile a ciò che è giusto.

Ivan Corrado


Bootcamp, seconda parte: Gruppi tosti e carismatici, più timidi i ragazzi Under…

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Se è vero che, come diceva Henri Bergson, la comunicazione avviene quando, oltre al messaggio, passa anche un supplemento di anima, ciò accade in massima parte nei racconti. L’homo sapiens è fin dalla notte dei tempi l’animale che racconta storie e lo storytelling, l’istinto di narrare, ha giocato un ruolo cruciale per la nostra sopravvivenza. Raccontare ci permette di creare un ponte comunicativo importantissimo con gli altri, di edificare una comunità, di simulare situazioni difficili che prima o poi ci troveremo ad affrontare nella vita reale e, soprattutto, di condividere i sentimenti e le emozioni presenti nel fondo del nostro animo, ciò che ci lega tutti come specie.

Per questo motivo è una gioia e un piacere trovare anche in un contesto come X Factor, una persona versata nell’arte dello storytelling. Mi riferisco ad Anastasio, appartenente alla categoria degli Under Uomini affidati a Mara Maionchi. Lui è, a mio parere, il concorrente più interessante di questa edizione e sarebbe fin troppo riduttivo definirlo un rapper: Anastasio è un cantastorie autentico, un narratore che ha riscritto il testo di ‘Generale’ di De Gregori, rendendolo ancora più incisivo, disperato e vivido di quello originale. Cosa aggiungere? Fosse per me sarebbe già in finale. Peccato che invece non si possa dire altrettanto dei suoi colleghi di categoria, troppo timidi o acerbi, a parte un’eccezione. Dei cinque ammessi agli Home Visit, oltre ad Anastasio porterei ai live Emanuele (16 anni ma un vocione profondo e impressionante alla Rick Astley, la sua cover di ‘Location’ è coinvolgente e matura) e Leo (l’erede di Gassmann in realtà non mi fa impazzire, canta ‘Kurt Cobain’ di Brunori Sas e lo fa in modo fastidiosamente costruito e artificiale, con sguardi e mossette palesemente studiati a tavolino, però ha un certo graffio nella voce che può risultare interessante e rispetto agli altri due sembra un gradino sopra), mentre scarse possibilità all’orizzonte per Leonardo (timbro intrigante ma stona su ‘Stay’ e in generale non mi sembra ancora pronto per reggere il peso di un live) e Pierfrancesco (semplicemente senza senso la sua interpretazione dolente e sofferta di ‘Father and son’, non ha palesemente capito il brano ed è un peccato perché vocalmente non è male).

Tra i Gruppi, affidati ad Asia Argento (ma solo per ora, perché dai live subentrerà Lodo Guenzi, scelta a mio parere assurda da parte della produzione che ha confermato la squalifica ridicola di Asia), sembra ci sia maggiore consapevolezza artistica ed avrei pochi dubbi nel portare ai live i Seveso Casino Palace (la cantante mi sta terribilmente sulle palle ma è straordinaria e loro sono devastanti nell’esibizione forse più metal della storia del programma, sulle tonitruanti note di ‘I miss the misery’), i BowLand (quasi mistica l’atmosfera che riescono a creare con ‘Maybe tomorrow’, confermano di produrre una musica ammaliante, capace di lasciare l’ascoltatore in uno stato di sospensione attonita) e gli Inquietude (originale la loro formazione, con un violino e inserti rap molto ben calibrati nel testo di ‘Anna’, stupendo pezzo di Battisti coverizzato con rispetto e giusto pathos), con buona pace di Moka Stone (come sonorità ci siamo, sono bravi musicisti ma il rap è incomprensibile, non sono riuscito a capire una parola e questo è un problema serio se proponi questo tipo di genere musicale) e Red Bricks Foundation (il loro è un gradevole ‘brit rock’ ma il cantante è deboluccio e in generale sembrano ancora acerbi per un palco importante).

Prima di chiudere ci tengo solo a sottolineare come trovi incomprensibile l’assenza da questi bootcamp di Simone Chieri (il suo inedito ‘Cantautore’ mi era parso fresco e intelligente) e Giulia Licciardello (aveva fatto scatenare tutti con ‘Highway to hell’ degli AC/DC), entrambi passati alle audizioni ma evidentemente eliminati nell’ulteriore scrematura prima della seconda fase: una chance di esibirsi gliel’avrei data eccome, considerando anche che avrebbero potuto tranquillamente prendere il posto di certi scappati di casa che abbiamo visto in queste sere.

P.S.: uno dei Gruppi, di cui non voglio neanche ricordare il nome, ha cantato ‘Amore che vieni amore che vai’ in versione simil-elettronica. Non aggiungo altro se non che meritano la dannazione eterna.

Giovedì prossimo agli Home Visit scopriremo i 12 concorrenti definitivi: chi saprà raccontare e raccontarsi meglio, avrà il mondo in pugno.

Ivan Corrado


Bootcamp, prima parte: agguerrite le ragazze Under, più fiacchi gli Over…

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“La gioventù non sa quel che può, la maturità non può quel che sa”: basta questa frase di José Saramago per sintetizzare all’estremo quel che si è visto ieri nella prima parte del bootcamp di X Factor 12. Tanta sana inconsapevolezza di potenzialità immani tra le Under Donne, un diffuso ‘vorrei ma non posso’ (salvo pochissime eccezioni) tra gli Over. Se non altro i due giudici impegnati ieri non hanno fatto danni, portando avanti quasi tutti coloro che lo meritavano.

Manuel Agnelli quest’anno ha ricevuto la categoria probabilmente più forte, quella delle ragazze. L’unico dubbio consiste nel capire se le assegnazioni solitamente ricercate del leader degli Afterhours ben si adatteranno alle loro personalità, ma avremo tempo per scoprirlo. Tra le cinque approdate agli Home Visit, sembrano sicurissime di un posto ai live la straordinaria Sherol (controllo, intonazione disumana, estensione vocale pazzesca, sembra la reincarnazione di Whitney Houston e forse neanche lei si rende ancora conto di dove potrebbe arrivare, di sicuro è una delle favorite per la vittoria finale e ieri con “Listen” di Beyoncé ha volato dieci spanne sopra tutte le altre) e la modernissima Luna (canta e rappa “Black widow” e la vedova nera sembra lei, tarantolata sul palco, perfettamente a suo agio nonostante i 16 anni e completamente calata nel sound musicale più fresco dell’universo pop contemporaneo), mentre per l’ultimo posto disponibile verosimilmente se la giocheranno Camilla (la sua versione di “Guardastelle” di Bungaro non mi ha fatto impazzire, un passo indietro rispetto alle audizioni ma è lodevole l’intento di cimentarsi con un repertorio italiano dove è più alta l’asticella della difficoltà) e Martina (stavolta la cherofobia l’ha fatta venire a me, perché temo di non poter più essere felice dopo aver ascoltato questa orrenda versione di “Life on mars?” cantata senza aver palesemente capito un’acca del testo, ma il pubblico la osanna e molto probabilmente passerà anche se David Bowie starà facendo i salti carpiati nella tomba), dal momento che sembrano pochissime le possibilità per Ilaria (la sua cover di Garden è insipida e scialba, al suo posto avrei tenuto la più grintosa Alessia).

Allenare i ‘vecchietti’ Over sarà invece compito di Fedez e fa un po’ sorridere il fatto che il rapper milanese si troverà a dirigere ed istruire gente anagraficamente più matura di lui, ma tant’è. Il materiale umano a disposizione quest’anno non sembra eccellente in questa categoria, ma qualcosa di notevole c’è. I giochi sembrano fatti ancor prima degli Home Visit: ai live passeranno con pochissimi dubbi il busker Gastòn (bravo e delicato, la sua versione di “Riptite” è di ottima fattura ma temo non sia molto versatile e il rischio di annoiare è alto), la fenomenale Naomi (soprano in salsa pop, con la voce che ha può fare letteralmente ciò che vuole e infatti ci gioca divertendosi da matti sulle note di “Ain’t no other man” di Christina Aguilera) e la grintosissima Jennifer (il passato ad ‘Amici’ le ha portato in dote vagonate di esperienza, perciò mangia il palco con “Pillowtalk”), mentre la speranza sembra ridotta al lumicino per la pur bravissima Renza (troppo elegante e raffinata per essere compresa e apprezzata da Fedez) e per Matteo che ha la bella pensata di devastare Battisti per far vedere quanto è bravo e quanto è figo.

La prossima settimana vedremo all’opera Mara Maionchi ed Asia Argento per i bootcamp di Under Uomini e Gruppi, sperando che magari il pubblico la smetta di urlare selvaggiamente il nome del concorrente da far alzare dalla sedia, manco fossimo al Colosseo al tempo dell’imperatore Tito. Se i giovani non sanno quel che possono e i vecchi non possono quel che sanno, questi urlatori non sanno e non possono.

Ivan Corrado


Audizioni, quarta parte: c’è aria di originalità…

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Qualcosa di nuovo c’è dal fronte occidentale. Questo sembra essere il messaggio che arriva dalla quarta e ultima parte delle audizioni di X Factor 12. Prima però di entrare nel merito, concedetemi una veloce riflessione: era proprio necessario allungare a quattro le puntate di audizioni, dilatando a dismisura i noiosissimi e tristissimi spazi dedicati a freak e saltimbanchi, per poi magari mostrare di sfuggita esibizioni valide di persone che hanno ottenuto quattro Sì? Mi si dirà che è televisione e se la gente, magari anche attempata, che viene sul palco a dire o fare cose improbabili mette allegria e piace al pubblico, amen, dobbiamo rassegnarci. Ok, d’accordo, forse sono io che non ci trovo nulla di divertente a vedere vecchi matti che urlano e si umiliano nel vilipendio generale.

Comunque, per fortuna, la serata di ieri ha regalato alcune esibizioni accomunate da una sola parola: rischio. Il coraggio di proporre qualcosa di nuovo, magari anche di non immediata comprensione e fruizione, è indubbiamente lodevole e costituisce del resto il sale del fare arte. Per questo motivo meritano i complimenti Simone (aspetto da nerd, canta il suo inedito ‘L’artista’, mettendo in mostra doti cantautorali non banali e una ottima dose di autoironia, molto ben accetta in un contesto dove spesso molti si prendono decisamente troppo sul serio), gli In the Loop (azzardo folle ma riuscitissimo quello di rielaborare un capolavoro come “Tu si ‘na cosa grande” di Modugno in chiave elettronica con tanto di synth, riuscendo a conferire nuova linfa al pezzo, senza perdere lo spessore originale del brano), Gastòn (il timbro non mi fa impazzire, ma dal suo inedito “All above” traspare una interessante consapevolezza di scrittura e una delicatezza di tocco, tipica degli artisti di strada) e i BowLand (terzetto iraniano in grado di trasportare tutti in un’atmosfera sospesa, rivisitando “Get busy” in chiave onirica, con sonorità arabe, una voce ammaliante della cantante e la chicca del tastierista che utilizza un grinder per produrre suoni molto suggestivi).

Tra le proposte più tradizionali, fanno ben sperare per il futuro anche Giulia (si presenta come una maestrina timorosa e poi sfodera il fuoco vivo in una fiammeggiante e credibilissima cover di “Highway to hell”), Ilenia (il mash up tra “Chandelier” di Sia e “Pensiero stupendo” di Patty Pravo non è tra i più riusciti ma le doti vocali ci sono tutte, come aveva dimostrato già anni fa partecipando a The Voice of Italy) e Pierfrancesco (canta e suona “Can I be him” di James Arthur, è un po’ troppo didascalico ma il timbro non è affatto male).

La prossima settimana finalmente inizieranno i bootcamp e arriveranno le prime scelte pesanti. Sperando che i giudici abbiano anche loro il coraggio di osare.

Ivan Corrado