Fu una domenica come tante, il giorno dopo c’erano i segni di una pace terrificante…

 Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia di orzata
dove galleggia Milano
non fu difficile seguirlo

il poeta della Baggina
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina
gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento

riuscì a salvarsi dalla sua barba
un pettirosso da combattimento

I Polacchi non morirono subito
e inginocchiati agli ultimi semafori
rifacevano il trucco alle troie di regime
lanciate verso il mare

i trafficanti di saponette
mettevano pancia verso est
chi si convertiva nel novanta
ne era dispensato nel novantuno

la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutto il culo

la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista

La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade
la domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del ‘’tua culpa’’
affollarono i parrucchieri

Nell’assolata galera patria
il secondo secondino
disse a ‘’Baffi di Sego’’ che era il primo
si può fare domani sul far del mattino
e furono inviati messi
fanti, cavalli, cani ed un somaro
ad annunciare l’amputazione della gamba
di Renato Curcio
il carbonaro

il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
voglio vivere in una città
dove all’ora dell’aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo
a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile

La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
quant’è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare

Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz’oretta
poi ci mandarono a cagare
voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
coi pianoforti a tracolla travestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l’Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo

La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c’erano i segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta


“La domenica delle salme” di Fabrizio De Andrè, quarta traccia dell’album “Le nuvole”, inciso nel 1990, è uno dei brani più ambigui e discussi del cantautore genovese. Mauro Pagani, il coautore, racconta la genesi della canzone: “I quaderni di appunti quasi casuali, raccolti da Faber in anni di letture di libri e quotidiani, in tre giorni diventarono la descrizione lucida e appassionata del silenzioso, doloroso e patetico colpo di stato avvenuto intorno a noi senza che ci accorgessimo di nulla, della vittoria silenziosa e definitiva della stupidità e della mancanza di morale sopra ogni altra cosa. Della sconfitta della ragione e della speranza. Credo che nel testo de “La domenica delle salme” ci sia tutta la grandezza di Fabrizio narratore. La visione del tutto scaturisce dalla somma di tante piccole storie personali, nessuno grida in questa ridicola tragedia, nessuno punta il dito, tutto si spiega da sé. Nell’elenco dei patetici fallimenti, Faber non dimentica il proprio e quello dei suoi colleghi canterini, giullari proni e consenzienti di una corte di despoti arroganti e senza qualità. Quanto fosse profetica questa canzone, credo sia sotto gli occhi di tutti”. Molto incisiva anche la descrizione, fornita dallo stesso De Andrè, del contesto politico e sociale che fa da sfondo al brano: “Sul finire degli anni Ottanta la gente aveva perso a tal punto il senso della propria dignità che si viveva in una specie di limbo, dove nessuno aveva più voglia di protestare, figuriamoci poi di ribellarsi: non c’è niente di più idoneo perché il potere possa compiere i propri misfatti nella più assoluta impunità. Si continua ad affermare la priorità del mercato e con essa la morte delle ideologie: così si educa la gente al ripudio degli ideali. Questa rassegnata abulia è sintetizzata nel finale della canzone dove si parla di “pace terrificante”, mentre “il cuore d’Italia si gonfia in un coro di vibrante protesta”. Senonchè la protesta ha la voce di un coro di cicale, scelto a emblema del menefreghismo collettivo”. Il brano inizia a Milano e presenta subito un riferimento che, se fosse stato scritto tre anni dopo, avrebbe avuto tutt’altro peso. Nella prima strofa si parla infatti di un certo “poeta della Baggina” in fuga da qualcosa: la Baggina non è altro che la casa di riposo Pio Albergo Trivulzio, gestita dal socialista Mario Chiesa, il cui arresto per brogli fiscali dette il via all’operazione “Mani pulite”; il testo di Faber è stato però scritto tre anni prima e il riferimento era a un anziano ricoverato in quell’ospizio, morto in circostanze misteriose. La visione che permea questa prima strofa è catastrofica se pensiamo che proprio a Trento nel 1968 era iniziata la contestazione studentesca, sintomo dell’insoddisfazione per un’Italia marcia, piena di problemi nascosti. Il passaggio “gli incendiarono il letto” è invece un riferimento a un clochard bruciato vivo nella terribile serie dei delitti di “Ludwig”, avvenuti tra Veneto e Germania.  La seconda strofa è dedicata in buona parte alla Germania dell’Est, anche se inizia parlando dei polacchi, i quali, al tempo della stesura della canzone, erano molto presenti ai semafori delle nostre strade a pulire i vetri delle macchine (“rifare il trucco alle troie di regime”, chiara allusione alla nostra ipocrita società capitalista, popolata di ex comunisti pronti a convertirsi il prima possibile per dimenticare un passato ingombrante). Ma ecco riaffiorare il timore per i rigurgiti neonazisti, seguiti alla caduta del muro di Berlino del 1989 (“la scimmia del Quarto Reich che balla sopra il muro”): per “bilanciare” gli esiti di questo evento e la fine della Guerra Fredda (utilizzata spesso come un comodo paravento), bisosognava allora inventarsi qualcosa di grande come una piramide, costruita magari con i corpi di schiavi e comunisti. La strofa seguente allude invece al colpo di Stato strisciante, subdolo, senza fucilate: il gas esilarante nelle strade costringe la gente ad una falsa allegria e i benpensanti specializzati nel “tua culpa” (nel senso che non si sentono mai colpevoli) affollano i negozi come sempre. Si passa poi a descrivere la situazione delle patrie galere nelle quali c’è un “Baffi di sego”, probabile e raffinato riferimento alla poesia “Sant’Ambrogio” di Giuseppe Giusti, ma soprattutto si accenna a Renato Curcio (tra i fondatori delle Brigate Rosse), la cui amputazione della gamba si richiama a quella di Maroncelli, compagno di cella di Silvio Pellico ne “Le mie prigioni”: De Andrè la pensava così: “Curcio non si è dissociato, non ha approfittato di questa regola non morale; vedo circolare gente che ha tanti omicidi sulle spalle, mentre Curcio non ha ammazzato nessuno”. Più avanti, l’accenno al “ministro dei temporali” è un riferimento generico alla classe politica e ai suoi esponenti che auspicano l’instaurarsi di una “propria” democrazia e si prodigano in scongiuri affinchè questa si concretizzi (“le mani sui coglioni”). “L’illustre cugino De Andrade” è da identificare, invece, con il poeta sudamericano dei primi del Novecento, Oswald de Andrade, al quale Faber si sente vicino per il comune spirito libertario e l’anticonformismo formale, manifestati nello sforzo di entrambi di contrastare l’ipocrisia borghese (“il cannone nel cortile” è l’emblema della posizione di rivolta assunto nei confronti della società). Tuttavia, purtroppo, nulla riesce ad arrestare  l’indolore colpo di Stato e non c’è altro da fare che seguire mestamente il feretro dell’anarchia (“il cadavere di Utopia”); coloro che avevano ancora la forza per opporsi avrebbero voluto essere sostenuti dagli artisti non schierati (tra i quali De Andrè include anche se stesso) ma, visto che era inutile, “li mandarono a cagare”: i cantautori, dopo aver cavalcato la protesta, si sono adeguati al cambio di potere e all’anestesia collettiva, vestendosi da Pinocchio e cantando per l’allora neonata Lega Nord (“i longobardi”), per i moderati e i funzionari di partito (“i centralisti”), per gli ambientalisti opportunisti (“l’Amazzonia”), per i ricchi (“la pecunia”), per i congressisti (“i palastilisti”) e per la Chiesa (“i padri Maristi”). L’accusa è quella di non aver utilizzato le loro “voci potenti” per un “vaffanculo”, ovvero per lanciare un segnale forte di ribellione. In definitiva, De Andrè ha delineato perfettamente in questa canzone, il destino profetizzato anche da Aldous Huxley ne “Il mondo nuovo”:  la gente sarà felice di essere oppressa e adorerà la tecnologia che libera dalla fatica di pensare, riducendo gli uomini alla passività e all’egoismo. Si potrebbe dire che George Orwell temeva che saremmo stati distrutti da ciò che odiamo, Huxley da ciò che amiamo. Quella “pace terrificante” è un silenzio malato e assordante.

                                                                                                               Ivan Corrado

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Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso….

La fantasia dei popoli che è giunta fino a noi
non viene dalle stelle…
alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena
potete stare a galla.
E non è colpa mia se esistono carnefici
se esiste l’imbecillità
se le panchine sono piene di gente che sta male.
Up patriots to arms, Engagez-Vous
la musica contemporanea, mi butta giù.
L’ayatollah Khomeini per molti è santità
abbocchi sempre all’amo
le barricate in piazza le fai per conto della borghesia
che crea falsi miti di progresso
Chi vi credete che noi siam, per i capelli che portiam,
noi siamo delle lucciole che stanno nelle tenebre.
Up patriots to arms, Engagez-Vous
la musica contemporanea, mi butta giù.
L’Impero della musica è giunto fino a noi
carico di menzogne
mandiamoli in pensione i direttori artistici
gli addetti alla cultura…
e non è colpa mia se esistono spettacoli
con fumi e raggi laser
se le pedane sono piene
di scemi che si muovono.
Up patriots to arms, Engagez-Vous
la musica contemporanea, mi butta giù.

“Up patriots to arms” di Franco Battiato, traccia d’apertura dell’album “Patriots” inciso nel 1980, rappresenta un chiaro esempio della commistione di elementi colti e goliardici, tipica dei brani del Maestro siciliano. La parte musicale comincia con un imperioso frammento tratto dall’ouverture del “Tannhauser” di Richard Wagner ma, nella versione originale, i primi secondi sono occupati da un incipit in lingua araba, la cui traduzione, secondo Alessio Cantarella, dovrebbe essere approssimativamente: “Ogni giorno guardiamo le cose insignificanti, guardo tutto e tutto il mondo che vive di speranza, e noi non viviamo”. Non si conosce con certezza  la fonte letteraria di questo parlato arabo (ammesso che ce ne sia una) e in molti hanno ipotizzato che si tratti di parole  ascoltate da Battiato sulla bocca di un “sufi” musulmano (ovvero un mistico, iniziato ai sacri misteri) incontrato durante un viaggio in Oriente, ma la supposizione non è mai stata confermata. Sempre nell’incipit il cantautore si è “divertito” ad inserire anche una voce (che sembra essere la sua) quasi impercettibile, la quale è stata interpretata come “la voce della coscienza” oppure come l’evocazione di tracce di fantasmi con i loro inspiegabili frammenti di vite quotidiane vissute in altri tempi. Ad ogni modo, il tema centrale del brano è la necessità di redenzione dell’animo umano, continuamente frustrata dalla pochezza intrinseca degli uomini. L’uomo fallisce perché viene distratto da stupide e vane speranze, le quali gli impediscono di vivere “pienamente”; l’errore più grave nasce dal pensiero che le nostre qualità siano un dono e non il risultato di un miglioramento, di una ricerca, di un intimo tirocinio spirituale. Alcuni riescono a stare a galla e a raggiungere il proprio obiettivo solo se trascinati dalla corrente del pensiero comune, convinti che la salvezza provenga sempre dall’alto (“la fantasia dei popoli non viene dalle stelle”) precludendosi in tal modo la capacità di sviluppare uno spirito critico. Inoltre, secondo Battiato, non tutti soffrono e stanno male a causa della sfortuna o dei problemi della società: spesso, infatti, l’imbecillità reiterata dell’individuo è la sola causa dei mali personali; solo coloro che (come il cantautore) seguono invece gli insegnamenti del filosofo e mistico armeno Georges Gurdjieff, sono in grado di accendere la luce interiore per rischiarare le tenebre circostanti. In seguito, la dura critica di Battiato raggiunge anche “l’impero musicale” e la cultura ufficiale, portatrice di menzogne e falsità: da qui nasce la necessità di “pensionare” i direttori artistici, coloro che si arrogano il diritto di controllare lo standard di certe produzioni artistiche, finendo per far prevalere gli effetti speciali (“fumi e raggi laser”), ovvero la commerciabilità del prodotto, a scapito dei contenuti e dei messaggi più profondi. In definitiva, per salvare il mondo, l’unica strada percorribile è quella che conduce alla responsabilità di se stessi; la vera e unica rivoluzione possibile è quella interiore, non certo la barricata eretta in piazza per conto della borghesia, o di ayatollah, leader politici e quant’altro (e qui ci sembra di cogliere echi soreliani). La tecnocrazia, i “falsi miti di progresso”, sono fuorvianti perché, come direbbe Heidegger, privilegiano l’”ente” a scapito dell’”Essere”, della propria interiorità da preservare e custodire gelosamente : nell’ottica di Battiato, anche una semplice lucciola nel buio può fare la differenza. E allora che si levi alto il grido: “Alle armi, patrioti! Impegnatevi!”. La rivoluzione dello spirito non è un’utopia.

                                                                                                            Ivan Corrado


“Io sono uno che parla troppo poco, questo è vero. Ma nel mondo c’è tanta gente che parla, parla, parla sempre, che pretende di farsi sentire e non ha niente da dire.” [Luigi Tenco]

Sono trascorsi quarantacinque anni da quel 27 gennaio 1967, giorno della morte di Luigi Tenco a Sanremo dopo la bocciatura di “Ciao amore, ciao”, la canzone in tema di emigrazione presentata al festival di quell’anno. Ufficialmente si parlò di suicidio, anche se molti continuano a sollevare perplessità sulle circostanze della morte. Oggi dunque, ad “Anarchica…mente”, ci fermiamo a ricordare il grande cantautore nativo di Cassine, in provincia di Alessandria. Terremo in vita la memoria di Luigi attraverso l’ ascolto di due suoi grandi successi, (“Lontano, lontano” e, appunto, “Ciao, amore ciao”, il suo ultimo brano) e della struggente “Preghiera in gennaio”, l’omaggio dedicato da Fabrizio De Andrè all’amico prematuramente scomparso; un testo intenso, nel quale Faber chiede a Dio di perdonare un suicida, contrariamente al costume dei “benpensanti”.  Una persona malinconica, sincera, autentica e dotata di un’enorme sensibilità artistica: questa è l’immagine che ci è rimasta di Tenco; possiamo consolarci pensando, con De Andrè, che il Paradiso esista proprio per chi in vita non ha sorriso. Ma, nonostante questo, quarantacinque anni senza Luigi sono davvero tanti. Troppi.

Ivan Corrado

Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l’ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch’io
perché non c’è l’inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l’inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.


Perché già dalla prima trincea ero più curioso di voi, ero molto più curioso di voi…

 Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d’attenzione e d’amore
troppo, “Se mi vuoi bene piangi “
per essere corrisposti,
valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo “Mi ricordo”:
per osservarvi affittare un chilo d’erba
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità:
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi,
ero molto più curioso di voi.

E poi sospeso dai vostri “Come sta”
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,
tipo “Come ti senti amico, amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te”
“Lo sa che io ho perduto due figli”
“Signora lei è una donna piuttosto distratta.”
E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell’ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco,
pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra.

E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi.

Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a vederle spalancarsi la bocca.
Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male e ad alta voce di me.
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo.
Potevo chiedere come si chiama il vostro cane
Il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero.
Potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle.
Potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.

E mai che mi sia venuto in mente,
di essere più ubriaco di voi
di essere molto più ubriaco di voi.

                      

“Amico fragile”, traccia di chiusura dell’album “Volume 8” di Fabrizio De Andrè, inciso nel 1975, è probabilmente la canzone più autobiografica e amata dal cantautore genovese, una sorta di testamento spirituale. La genesi del brano è stata raccontata dallo stesso Faber in diverse occasioni: “Quando ero ancora con la mia prima moglie, fui invitato una sera a Portobello di Gallura, dove m’ero fatto una casa nel ’69. D’estate arrivavano tutti in questo parco residenziale, e m’invitavano la sera che per me finiva sempre col chiudersi puntualmente con la chitarra in mano. Una volta ho tentato di dire: “Parliamo un po’ di quello che sta succedendo in Italia…”; nemmeno per sogno, io dovevo suonare. Allora mi sono proprio rotto i coglioni, mi sono ubriacato sconciamente, ho insultato tutti, me ne sono tornato a casa e ho scritto “Amico fragile”. L’ho scritta da sbronzo, in un’unica notte nella dispensa dove m’ero rifugiato”. La canzone è dunque uno dei rarissimi esempi (a parte qualche composizione di Piero Ciampi) di testo poetico in musica scritto palesemente e dichiaratamente “in vino”. Tuttavia, sarebbe errato considerarlo una pura manifestazione di scrittura incosciente o “automatica”; ne fanno fede, oltre alla struttura metrica e ritmica dei versi anche i riferimenti, criptati in “flash”, agli avvenimenti della serata immediatamente precedenti. “Le serate estive”, il “semplicissimo mi ricordo”, i “vostri Come sta” ed altri “luoghi meno comuni e più feroci” sono ciò di cui si nutre la compagnia dei borghesi vuoti, vanagloriosi e conformisti; De Andrè manifesta così il disagio che avverte chiunque senta dentro di sé di non appartenere ad un dato ambiente e vi si trova catapultato, per di più in veste di celebrità o “attrazione”. Il Poeta Faber costretto a suonare (e qui ci sembra di sentir l’eco dei versi del “Suonatore Jones” nel quale si dice che “se la gente sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita”), ritrova la sua libertà solo “evaporando nella nuvola rossa” dell’ alcool, immerso nella solitudine della dispensa (“una delle molte feritoie della notte”). La connotazione grottesco-umoristica del testo affiora poco dopo quando l’autore evidenzia beffardamente il cinismo dei borghesi (“Lo sa che io ho perduto due figli…Signora, lei è una donna piuttosto distratta”) e inizia a disarticolare la realtà: si potrebbe quasi dire (come afferma anche lo scrittore Riccardo Venturi) che, se James Joyce, nell’”Ulisse” ha applicato per la prima volta lo “stream of consciousness” (la riproduzione fedele del libero fluire del pensiero che si fa parola), De Andrè, in “Amico fragile”, fornisce un esempio di “stream of semi-consciousness”, ovvero presenta lo spettrogramma della sua coscienza in un momento di lampi, di chiaroscuri, di bagliori. In questo modo, liberato dal teatrino dove avevano tentato di costringerlo, egli può rivendicare la sua maggiore curiosità intellettuale rispetto a coloro che vivono in un mondo di “trincea” e di nascondigli. Nel momento in cui la realtà è pienamente disarticolata il Poeta può esprimere liberamente tutto ciò che a lui è concesso, frantumando i rigidi e convenzionali schemi borghesi: dall’alto della sua indipendenza, l’artista può accettare che i figli parlino male e ad alta voce di lui, può avvicinare un cannibale per farsi insegnare la sua distanza dalle stelle (splendida metafora per indicare che gli indigeni sono coloro che conservano il legame atavico con il mondo naturale, ormai perduto dagli occidentali), può addirittura permettersi di rischiare la sua chitarra, prolungamento del suo corpo, in cambio di una scatola di legno, di una sconfitta; il tutto per poi rifugiarsi nell’oblio di un universo onirico, l’”arrivederci” raggiunto attraverso litri e litri di corallo (altra metafora per indicare il vino). Un capolavoro assoluto, condito da una componente musicale di qualità elevatissima, espressa soprattutto nell’ultimo concerto di commovente bellezza, tenuto al teatro Brancaccio di Roma pochi mesi prima di morire (come si vede nel video più in alto), grazie all’aiuto di musicisti che sembrano amoreggiare con i propri strumenti, tanta è l’estasi e il rapimento del brano. Personalmente ritengo che l’”amico fragile” Faber, dovunque si trovi adesso, sarà in un posto migliore con il cane Libero, compagnia indubbiamente preferibile a quella di molti esponenti della razza “umana”….

Ivan Corrado

 


Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco…

Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi sopporto, infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perchè con questa spada vi uccido quando voglio.

Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati, buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza; godetevi il successo, godete finchè dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l’ ignoranza dei primi della classe. Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna. Gli orpelli? L’arrivismo? All’ amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!

 Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti, venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false che avete spesso fatto del qualunquismo un arte, coraggio liberisti, buttate giù le carte tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto, assurdo bel paese. Non me ne frega niente se anch’ io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato; coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!

Ma quando sono solo con questo naso al piede che almeno di mezz’ ora da sempre mi precede si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore che a me è quasi proibito il sogno di un amore; non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute, per colpa o per destino le donne le ho perdute e quando sento il peso d’ essere sempre solo mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo, ma dentro di me sento che il grande amore esiste, amo senza peccato, amo, ma sono triste perchè Rossana è bella, siamo così diversi, a parlarle non riesco: le parlerò coi versi, le parlerò coi versi…

Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un’ altra vita; se c’è, come voi dite, un Dio nell’ infinito, guardatevi nel cuore, l’ avete già tradito e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l’ uomo è solo in questo abisso, le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali; tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti. Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!

 Io tocco i miei nemici col naso e con la spada, ma in questa vita oggi non trovo più la strada. Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo, tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo: dev’ esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto. Non ridere, ti prego, di queste mie parole, io sono solo un’ ombra e tu, Rossana, il sole, ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora ed io non mi nascondo sotto la tua dimora perchè oramai lo sento, non ho sofferto invano, se mi ami come sono, per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo…Cirano

“Cirano” di Francesco Guccini, settima traccia dell’ album “D’amore, di morte e di altre sciocchezze” inciso nel 1996, è una “canzone di rabbia” scritta a sei mani con la collaborazione di Beppe Dati e Giancarlo Bigazzi. Il brano è chiaramente ispirato alla commedia teatrale del 1897 di Edmond Rostand, “Cyrano de Bergerac”, il cui protagonista è uno scrittore e moralista del Seicento, cadetto di Guascogna dal carattere rissoso e stravagante che, lasciate le armi, si dedicò alla letteratura e alla meditazione divenendo allievo assiduo del filosofo Pierre Gassendi, pur conservando il suo spirito indomito e aggressivo, a causa del quale si guadagnò molti nemici, soprattutto tra i potenti. Come ha giustamente osservato il critico letterario Paolo Jachia, “Cirano/Guccini/Cyrano in definitiva è colui che non piega la testa davanti al potere pur sapendo che il potere schiaccia da sempre le rivolte di popolo e quelle individuali. Ma tutto ciò non conta poiché la cosa più importante è rimanere coerenti e lottare con la forza dell’intelligenza e del sapere contro la stupidità e l’ignoranza, per poter dire alla fine: non ho sofferto invano. Cirano incarna la rivolta contro il potere ma allo stesso tempo anche la solitudine esistenziale, causata dalla sua bruttezza e dal suo naso deforme che gli impediscono di realizzare il suo sogno d’amore con Rossana a causa dei dogmi e dei canoni estetici e ideologici imperanti oggi come ieri”. L’invettiva del Cirano gucciniano si scaglia quindi contro il gregge belante e conformista di quelli con il “naso corto”, prendendo di mira i falsi artisti, i politicanti arroganti, corrotti e impuniti, i dogmatismi religiosi (la religione e il materialismo), con versi sferzanti e musicalmente incalzanti. Il brano si configura così come un grande inno alla libertà di pensiero, nel quale il tema della “sfida” titanica contro le storture del mondo si intesse con i momenti di intimismo malinconico nei quali il protagonista spera di trovare prima o poi la pace interiore, rivolgendosi con parole accorate e dolci alla “sua” Rossana. La battaglia portata avanti senza speranza da Cirano assurge a simbolo delle lotte quotidiane di coloro che si sentono emarginati a causa della propria distanza ideologica e spirituale da un mondo gretto, superficiale e qualunquista contro il quale si leva l’appello più intenso: “tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali”…. 

                                                                                                      Ivan Corrado


Quello che non ho è quel che non mi manca….

Quello che non ho è una camicia bianca
quello che non ho è un segreto in banca
quello che non ho sono le tue pistole
per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole.

Quello che non ho è di farla franca
quello che non ho è quel che non mi manca
quello che non ho sono le tue parole
per guadagnarmi il cielo, per conquistarmi il sole.

Quello che non ho è un orologio avanti
per correre più in fretta e avervi più distanti
quello che non ho è un treno arrugginito
che mi riporti indietro da dove son partito.

Quello che non ho sono i tuoi denti d’oro
quello che non ho è un pranzo di lavoro
quello che non ho è questa prateria
per correre più forte della malinconia.

Quello che non ho sono le mani in pasta
quello che non ho è un indirizzo in tasca
quello che non ho sei tu dalla mia parte
quello che non ho è di fregarti a carte.

Quello che non ho è una camicia bianca
quello che non ho è di farla franca
quello che non ho sono le tue parole
per conquistarmi il cielo, per guadagnarmi il sole.

Quello che non ho…

“Quello che non ho”, traccia d’apertura dell’ album senza titolo (verrà poi ribattezzato “Indiano”) del 1981 di Fabrizio De Andrè, è un vero e proprio manifesto contro il consumismo. In apertura, sui suoni di una caccia, s’inserisce una chitarra e l’indiano d’America protagonista del brano comincia a spiegare la diversità tra l’uomo bianco che ha sterminato la sua razza e il suo popolo che, fieramente, non ha mai accettato il compromesso di dimenticare la propria cultura; il messaggio chiave è contenuto nel verso in cui viene espressa, attraverso una frase densa di significato (“quello che non ho è quel che non mi manca”), la convinzione che è più importante apprezzare ciò che si ha, piuttosto che piangere su quel che non c’è. Questo modo di pensare è radicato profondamente nella cultura indiana dove il concetto di “ricchezza” assume una valenza umana, scollegata dal possesso materiale e profondamente rispettosa nei confronti del mondo naturale. Faber e il coautore Massimo Bubola, presero spunto, per la composizione della canzone, dalle considerazioni di un sociologo che aveva evidenziato come un bambino di cultura occidentale possedesse circa mille oggetti, mentre un fanciullo navajo ne aveva meno di venti e molto probabilmente conduceva un’esistenza più felice poiché non avvertiva il bisogno d’altro. La lista di “quello che non ho”, stilata dall’indiano nel testo della canzone permette di mettere a fuoco quel che veramente conta e di sottolineare con un velo di malinconia come alcune delle cose che non mancano siano proprio quelle che hanno determinato la perdita di libertà del suo popolo; nel mondo “perfetto”, prima della venuta dei bianchi “civilizzatori”, agli indiani non servivano armi o bei discorsi per “conquistare il cielo e guadagnarsi il sole” e, soprattutto, non erano necessarie camicie immacolate, conti in banca, la furbizia del “farla franca”, gli intrallazzi fraudolenti (“le mani in pasta”) o altre storture del genere introdotte dagli occidentali: per una cultura sviluppatasi per secoli in un rapporto armonico con la natura, il falso progresso “bianco” era superfluo e dannoso. Nel finale del brano, grazie ad un suggestivo e affascinante gioco sonoro, l’atmosfera richiama alla mente le sconfinate praterie americane e si  tinge di tristezza con la constatazione conclusiva del protagonista che è stato privato dei suoi spazi (sottrattigli dai colonizzatori) dove poteva “correre più forte della malinconia”. L’imposizione forzata dell’omologazione culturale perpetrata dai “visi pallidi” attraverso atroci massacri e violenze, cancellando i valori fondanti di questi popoli, ci ha distaccato profondamente dalla naturalità della nostra origine comune: per questi motivi, anche io, come l’indiano, vorrei un “treno arrugginito che mi riporti indietro da dove son partito”….

                                                                                                                   Ivan Corrado


Quante squallide figure che attraversano il Paese, com’è misera la vita negli abusi di potere…

 Mr. Tamburino non ho voglia di scherzare
rimettiamoci la maglia i tempi stanno per cambiare
siamo figli delle stelle e pronipoti di sua maestà il denaro.
Per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare
quei programmi demenziali con tribune elettorali
e avete voglia di mettervi profumi e deodoranti
siete come sabbie mobili tirate giù uh uh.
C’è chi si mette degli occhiali da sole
per avere più carisma e sintomatico mistero
uh com’è difficile restare padre quando i figli crescono e le mamme imbiancano.
Quante squallide figure che attraversano il paese
com’è misera la vita negli abusi di potere.

Sul ponte sventola bandiera bianca
sul ponte sventola bandiera bianca
sul ponte sventola bandiera bianca
sul ponte sventola bandiera bianca.

A Beethoven e Sinatra preferisco l’ insalata
a Vivaldi l’ uva passa che mi dà più calorie
uh! com’è difficile restare calmi e indifferenti
mentre tutti intorno fanno rumore
in quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore.
Ho sentito degli spari in una via del centro
quante stupide galline che si azzuffano per niente
minima immoralia
minima immoralia
e sommersi soprattutto da immondizie musicali.

Sul ponte sventola bandiera bianca
Sul ponte sventola bandiera bianca

Sul ponte sventola bandiera bianca

Sul ponte sventola bandiera bianca.
minima immoralia

minima immoralia

minima immoralia

minima immoralia

minima immoralia…

 
The end
my only friend this is the end

Sul ponte sventola bandiera bianca

Sul ponte sventola bandiera bianca

Sul ponte sventola bandiera bianca

Sul ponte sventola bandiera bianca…

“Bandiera bianca” è la seconda traccia dell’album di Franco Battiato, “La voce del padrone”, inciso nel 1981. In questo “LP”, il cantautore siciliano abbandonò le sonorità ispirate al “progressive rock” degli anni ’70 e ottenne uno straordinario successo commerciale, pur affrontando temi di spessore culturale notevole, analizzati con sferzante e a volte criptica ironia. Nel brano che ci apprestiamo ad analizzare, Battiato esprime fin dall’inequivocabile titolo, la sua resa di fronte alle nefandezze politiche, sociali e culturali e alle “immondizie musicali” che caratterizzano l’epoca; in tale contesto di crisi totale delle ideologie e dei valori, la bandiera bianca è l’unico vessillo rimasto da sventolare, simbolo di un profondo disagio che ha condotto l’autore allo scoramento, alla consapevolezza che la mediocrità ormai ha avuto la meglio e non resta altro da fare che arrendersi. Ma, prima di esternare la sua rassegnazione, Battiato sfoga il suo malessere esistenziale criticando con feroce sarcasmo vari aspetti del tempo: in apertura, viene chiamato in causa il mito musicale di un’intera generazione, ovvero Bob Dylan, del quale vengono implicitamente citati due grandi successi come “Mr. Tambourine Man” ( ovvero colui che aiuta chi desidera fuggire da una dolorosa realtà) e “The times they are a-changin’ ” (“I tempi stanno per cambiare”, considerata l’archetipo della “canzone di protesta”), per sottolineare la disillusione che conduce a non “aver più voglia di scherzare” e dunque nemmeno di protestare. In seguito, sempre sotto il velo dell’ironia, viene pesantemente attaccato Alan Sorrenti, un tempo cantautore sperimentale, piegatosi alle leggi del mercato commerciale con il suo successo “Figli delle stelle”. Successivamente Battiato si scaglia contro le “tribune elettorali” (seguitissime nell’Italia iper-politicizzata degli anni ’70), la società dell’apparire (interessata a “profumi e deodoranti”), gli “abusi di potere” (rivelando la sua vena anarchica), la musica (colpita e affondata attraverso la dissacrante presa in giro di icone come Beethoven, Sinatra e Vivaldi e la denuncia della scarsa qualità del repertorio banale di quegli anni) per arrivare alle riflessioni conclusive ispirategli dalla lettura di “Minima moralia”( trasformata in “Minima immoralia”), l’opera più celebre del filosofo tedesco Theodor Adorno. In conclusione, davanti allo sfascio e alla decadenza non resta che issare sul ponte la bandiera bianca (chiaro riferimento alla poesia “L’ultima ora di Venezia” di Arnaldo Fusinato), per esprimere il disgusto, la sfiducia e l’abbandono totale di ogni velleità di ribellione. Possiamo sicuramente affermare che 30 anni dopo la situazione non è affatto migliorata, anzi ha subito un netto peggioramento; si può comprendere che chi, come Battiato, abbia vissuto la delusione del mancato realizzarsi del “sogno rivoluzionario” degli anni ’60, decida di deporre le armi e arrendersi, ma noi giovani abbiamo il dovere di continuare a crederci; quella bandiera bianca, lasciamola ancora nel cassetto.

                                                                                                       Ivan Corrado