Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco…

Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi sopporto, infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perchè con questa spada vi uccido quando voglio.

Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati, buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza; godetevi il successo, godete finchè dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l’ ignoranza dei primi della classe. Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna. Gli orpelli? L’arrivismo? All’ amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!

 Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti, venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false che avete spesso fatto del qualunquismo un arte, coraggio liberisti, buttate giù le carte tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto, assurdo bel paese. Non me ne frega niente se anch’ io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato; coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!

Ma quando sono solo con questo naso al piede che almeno di mezz’ ora da sempre mi precede si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore che a me è quasi proibito il sogno di un amore; non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute, per colpa o per destino le donne le ho perdute e quando sento il peso d’ essere sempre solo mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo, ma dentro di me sento che il grande amore esiste, amo senza peccato, amo, ma sono triste perchè Rossana è bella, siamo così diversi, a parlarle non riesco: le parlerò coi versi, le parlerò coi versi…

Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un’ altra vita; se c’è, come voi dite, un Dio nell’ infinito, guardatevi nel cuore, l’ avete già tradito e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l’ uomo è solo in questo abisso, le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali; tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti. Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!

 Io tocco i miei nemici col naso e con la spada, ma in questa vita oggi non trovo più la strada. Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo, tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo: dev’ esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto. Non ridere, ti prego, di queste mie parole, io sono solo un’ ombra e tu, Rossana, il sole, ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora ed io non mi nascondo sotto la tua dimora perchè oramai lo sento, non ho sofferto invano, se mi ami come sono, per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo…Cirano

“Cirano” di Francesco Guccini, settima traccia dell’ album “D’amore, di morte e di altre sciocchezze” inciso nel 1996, è una “canzone di rabbia” scritta a sei mani con la collaborazione di Beppe Dati e Giancarlo Bigazzi. Il brano è chiaramente ispirato alla commedia teatrale del 1897 di Edmond Rostand, “Cyrano de Bergerac”, il cui protagonista è uno scrittore e moralista del Seicento, cadetto di Guascogna dal carattere rissoso e stravagante che, lasciate le armi, si dedicò alla letteratura e alla meditazione divenendo allievo assiduo del filosofo Pierre Gassendi, pur conservando il suo spirito indomito e aggressivo, a causa del quale si guadagnò molti nemici, soprattutto tra i potenti. Come ha giustamente osservato il critico letterario Paolo Jachia, “Cirano/Guccini/Cyrano in definitiva è colui che non piega la testa davanti al potere pur sapendo che il potere schiaccia da sempre le rivolte di popolo e quelle individuali. Ma tutto ciò non conta poiché la cosa più importante è rimanere coerenti e lottare con la forza dell’intelligenza e del sapere contro la stupidità e l’ignoranza, per poter dire alla fine: non ho sofferto invano. Cirano incarna la rivolta contro il potere ma allo stesso tempo anche la solitudine esistenziale, causata dalla sua bruttezza e dal suo naso deforme che gli impediscono di realizzare il suo sogno d’amore con Rossana a causa dei dogmi e dei canoni estetici e ideologici imperanti oggi come ieri”. L’invettiva del Cirano gucciniano si scaglia quindi contro il gregge belante e conformista di quelli con il “naso corto”, prendendo di mira i falsi artisti, i politicanti arroganti, corrotti e impuniti, i dogmatismi religiosi (la religione e il materialismo), con versi sferzanti e musicalmente incalzanti. Il brano si configura così come un grande inno alla libertà di pensiero, nel quale il tema della “sfida” titanica contro le storture del mondo si intesse con i momenti di intimismo malinconico nei quali il protagonista spera di trovare prima o poi la pace interiore, rivolgendosi con parole accorate e dolci alla “sua” Rossana. La battaglia portata avanti senza speranza da Cirano assurge a simbolo delle lotte quotidiane di coloro che si sentono emarginati a causa della propria distanza ideologica e spirituale da un mondo gretto, superficiale e qualunquista contro il quale si leva l’appello più intenso: “tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali”…. 

                                                                                                      Ivan Corrado

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William Wallace conquista la libertà, Mel Gibson il pubblico

Braveheart – Cuore impavido è un film drammatico e storico del 1995 diretto da Mel Gibson, regista e attore del film. Il film è ambientato verso la fine del XIII secolo, all’epoca del personaggio più leggendario che storico William Wallace, l’eroe che liberò la Scozia dall’occupazione inglese.

William, durante la sua infanzia, vede la sua famiglia e alcuni nobili scozzesi riunitisi per discutere della successione al trono massacrati dagli inglesi. Tuttavia cresce senza serbare rancore né odio, diventando così un uomo pacifico e colto, desideroso solamente di ritornare al suo villaggio per mettere su famiglia con la bella Murron, che sposa in segreto per eludere lo “ius primae noctis”, ossia il tributo che si doveva al signore del feudo per la prima notte di nozze. Purtroppo la moglie viene successivamente trovata ed infine uccisa. William, furioso, decide di scatenare una rivolta per scacciare gli inglesi e, dopo aver vinto la battaglia di Stirling, riesce addirittura a conquistare, con la sua armata di volontari provenienti dalla Scozia, la città di York. Il re inglese Edoardo I, preoccupato per l’andamento della guerra, decide di mandare la moglie di suo figlio, la principessa del Galles Isabella, a negoziare col nemico, ma in realtà si tratta di un tentativo di seduzione. Tuttavia Wallace non si lascia circuire né dalla donna né dall’oro che gli è stato promesso, arrivando addirittura a colpire la principessa per le sue virtù e nobiltà d’animo, tanto che lo aiuta dandogli informazioni sul tradimento di alcuni nobili scozzesi. Nella battaglia successiva, però, pur avendo dalla sua anche le truppe irlandesi, Wallace viene pesantemente sconfitto dall’esercito inglese. Wallace riesce tuttavia a salvarsi e a fuggire dal massacro, decidendo di vendicarsi dell’infamante e meschino comportamento dei nobili, assassinandoli. Riesce a raccogliere nuove truppe, ma William, chiamato da Robert The Bruce, il legittimo candidato al trono di Scozia, viene attirato in una trappola e viene catturato dagli inglesi. Rifiutando coraggiosamente di pentirsi per la sue azioni e rifiutando anche l’aiuto di Isabella, la quale gli offre del veleno per sopportare le sofferenze delle torture, decide di affrontare impavidamente i supplizi della morte e di urlare, ancora un’ultima volta, “Libertà!”.

Braveheart è un film che fa suoi gli stessi elementi che caratterizzano i racconti epici antichi, ossia temi che attirano consensi da parte di una popolazione, generati da sentimenti di giustizia e libertà dai soprusi, raccontando inoltre la storia di un eroe (da notare che non è presentato come un superuomo, ma come un uomo del tutto normale) che difende con coraggio gli interessi di una comunità. In tutto ciò l’elemento storico è trascurabile, perché viene alla luce il mito, più importante per la sua capacità di evocazione di valori, che è pur sempre calato in circostanze reali. Tutto ciò viene correttamente realizzato da Mel Gibson grazie alla sapiente integrazione di elementi storici e bellici (come le sanguinose e cruente battaglie), romantici (la storia d’amore di William Wallace) ed infine valori come la giustizia e la libertà, che gli ha permesso di girare un kolossal che ottenne ben 10 nomination agli Oscar ed infine cinque Oscar, tra cui miglior film, miglior regia, miglior fotografia, miglior trucco e migliori effetti. Una nota di merito va anche alla colonna sonora.

Una nota sull’attore protagonista, sempre Mel Gibson che, oltre a mettersi in gioco nei panni di un guerriero medievale, si dice investì per la produzione anche 15 milioni di dollari di tasca propria, rischiando per un film che probabilmente sarebbe stato un flop, un po’ a causa della lunghezza (177 minuti, tre ore in tutto) sia per l’ambientazione e il racconto storico poco conosciuti.

Insomma, Mel Gibson, il cui nome è senza dubbio una garanzia, è riuscito a creare uno di quei film epici che valgono la pena d’esser visti.

«Agonizzanti in un letto, fra molti anni da adesso, siete sicuri che non sognerete di barattare tutti i giorni che avrete vissuto a partire da oggi, per avere un’occasione, solo un’altra occasione, di tornare qui sul campo, a urlare ai nostri nemici che possono toglierci la vita, ma non ci toglieranno mai la libertà!»

(William Wallace incita il suo esercito prima della battaglia di Stirling)

Emanuele Ambrosio


La dicotomia “uomo-bestia” dell’anima umana raccontata da Hesse

Il lupo della steppa (titolo originale Der Steppenwolf) è un romanzo di Hermann Hesse pubblicato nel 1927, in cui lo scrittore mescola elementi autobiografici ed altri fantastici. Contiene quindi molte paure e tormenti psicologici del suo autore, rendendone la comprensione e l’interpretazione talvolta difficoltosa.

Il romanzo racconta di Harry Haller, il quale, tramite un manoscritto che termina prima della sua scomparsa, racconta la sua storia di intellettuale cui è mancato il riconoscimento della società, rendendolo di fatto un emarginato. La società di cui vengono descritte le contraddizioni ed i vizi è quella borghese con la sua struttura ipocrita, chiusa e che limita la libertà dello spirito. Infatti essa si rifà a valori, come il nazionalismo, la corsa alle armi e sostanzialmente quelli borghesi, che lui non riesce a condividere, relegando i suoi ideali di riflessione e pace, di filosofia, musica e poesia “immortale” in un angolo, isolandoli.

Da questo manoscritto traspare il doloroso disagio di quest’uomo che, non potendo adeguarsi a questa società, affonda nella sua solitudine, alzando, quasi compiacendosene, un muro fra sé e il mondo. Nel suo mondo può condurre come un eremita la vita spirituale che lui considera perfetta, autentica, leggendo i classici e ascoltando musica classica, di cui Goethe e Mozart ne diventano le emblematiche personificazioni, rifuggendo ed escludendo categoricamente il mondo esterno fatto di vita mondana, ipocrisie borghesi, corruzione, perdizione e musica sgradevole come il jazz. Il suo disagio nasce però proprio dalla curiosità che egli prova verso questo mondo, che lo turba. Quindi egli avverte in sé due nature in contrasto, una dicotomia, letteralmente un taglio in due: da un lato la natura umana, quella “alta”, che caratterizza la sua passione per la musica, la filosofia ed altri nobili ideali e l’altra “lupesca”, sprezzante dei valori morali e in continua ricerca dei piaceri terreni ed immediati.

Una svolta nella vita di Harry avviene quando legge un piccolo opuscolo, un pamphlet dal titolo “Dissertazione sul lupo della steppa”, in cui la teoria duale di Harry viene totalmente smontata, dimostrando che borghesia ed antiborghesia (la schiera di cui Harry fa parte, ma che cionostante lo fa sentire ugualmente ed immancabilmente a disagio) non sono che due facce della stessa medaglia, perché usano entrambi gli stessi metri di giudizio, anche se opposti, come la decisione puramente convenzionale della divisione della natura umana in due entità, due porzioni di una sola anima, mentre in realtà i lati sono molteplici, un numero incalcolabile, che rappresentano la multiformità della natura umana, di cui si può cambiare a piacimento l’ordine, non essendo immutabile. A ciò segue l’incontro fra Harry ed Erminia che, con l’aiuto di Pablo, cercherà di fargli scoprire ed apprezzare il mondo esterno, mostrandone i piccoli pregi che lui potrà imparare a riconoscere e a godere, abbandonandosi alla vita e alla gioia delle piccole cose.

Il lupo della steppa è un romanzo molto pirandelliano che si sviluppa su diversi piani narrativi, ossia praticamente diversi libri in un solo libro. Ciò dona al romanzo una ponderata sequenzialità, un ordine alle analisi condotte con straordinaria lucidità mentale.

Emanuele Ambrosio


L’omaggio “ai confini del mare” di Peter Weir e Russell Crowe allo scrittore Patrick O’Brian

Master and Commander – Sfida ai confini del mare” è un film storico e di avventura del 2003, diretto da Peter Weir, tratto dalla saga dei romanzi dello scrittore irlandese Patrick O’Brian, considerato uno dei maggiori autori del ventesimo secolo, i cui libri sono stati proclamati dal The New York Times Book Review «i migliori romanzi storici mai scritti».

Ambientato nel periodo napoleonico, racconta l’avventura del capitano Jack Aubrey (Russell Crowe), al comando della fregata HMS Surprise, alle prese con una fregata di stazza e potenza di fuoco maggiore francese, la Acheron, soprannominata “nave fantasma” per la sua velocità ed inconsueta capacità di “apparire” improvvisamente sempre sopravvento (ossia col vento a favore). Dopo il primo inatteso scontro (in cui l’Acheron sbuca dalla nebbia, aiutando i marinai nella scelta del soprannome), che vede sconfitto il nostro comandante Aubrey, pungendolo nell’onore, questi decide di non sottrarsi allo scontro, nonostante la disparità di forze, ma di proseguire il viaggio non dandola vinta al capitano francese. La nave deve però passare per Capo Horn, dove l’obiettivo non è più quello della cattura della Acheron, ma della pura sopravvivenza per le terribili condizioni climatiche di questa particolare zona del pianeta. Tuttavia superando quasi indenni anche questa prova grazie alle abilità marinaresce del comandande, Jack decide di fare rotta verso le Galàpagos per fare rifornimenti e per attendere lo scontro con l’Acheron. La sosta in queste isole incontaminate dà modo di scoprire splendidi paesaggi e una sconosciuta flora e fauna di cui l’amico di Jack Aubrey, il medico di bordo e naturalista Stephen Maturin (Paul Bettany), cercherà di raccogliere campioni ed esemplari per poterli catalogare, ma dando soprattutto l’occasione a Jack Aubrey, con la sua astuzia da uomo di mare, di far sua la caratteristica di un “fasmide”, ossia un insetto camuffato da stecco, camuffando la Surprise da nave mercantile per poter sfruttare il vantaggio della sorpresa nell’emozionante scontro finale contro l’Acheron, che però riserverà ancora qualche sorpresa…

Il regista australiano è riuscito nel suo intento di riprodurre abilmente la storia che emerge dai romanzi di Patrick O’Brian, in particolare due dei ventuno libri, il primo, Master and Commander (Primo comando in Italia) e il decimo, The Far Side of the World (Ai confini del mare), curando abilmente le pur poche scene d’azione. Infatti questo non è propriamente un film d’azione, ma un film in cui si analizza – grazie alla consumata capacità di Weir, già regista de “L’attimo fuggente” – il microcosmo di una nave, coi suoi tempi e riti dettati dallo squillo delle campane e dal vento, con la bonaccia o con la tempesta, nonché l’esplorazione delle superstizioni dei marinai, dell’autorità del comandante e degli ufficiali, le punizioni e altre usanze marinaresche. Ad un livello più profondo il film tratta anche altri temi cari al regista, come l’amicizia coi suoi contrasti (quella già matura tra i pur diversi Jack Aubrey e Stephen Maturin, uniti però pronfondamente dalla musica (i due infatti ci regalano splendidi duetti di violoncello e violino, di cui allego un pezzo) e quella che nasce fra gli ufficiali di bordo, Blackeney e Calamy), l’eroismo, l’onore e l’amor di patria (gli scontri navali e le lodi all’ammiraglio Nelson), la formazione del carattere dei giovani ufficiali e la fragilità di quello di altri. Tutto ciò ha valso al film ben dieci candidature agli Oscar, nel 2004, tra cui anche miglior regia e miglior regista, venendo però superato dal kolossal fantasy “Il Signore degli Anelli – Il ritorno del Re”, riuscendo a conquistarne alla fine solo due, cioè miglior fotografia e miglior montaggio sonoro.

In conclusione, Master and Commander è un film consigliato agli appassionati di film epici e di stampo marinaresco, ma non mancherà di dare emozioni anche ai non patiti del mare, grazie alle straordinarie capacità recitative di Russell Crowe, di cui è superfluo ogni ulteriore complimento, e quelle dell’eccezionale Paul Bettany.

Emanuele Ambrosio


Una ricerca metafisica: Io e Dio di Vito Mancuso

Ho deciso di partire con la presentazione del libro “Io e Dio” di Vito Mancuso perché ritengo basterebbe da sola, con la breve e veloce enunciazione dei temi che Mancuso affronterà nel libro, per far nascere un interesse e il desiderio di leggerlo. Tuttavia ritengo doveroso, dopo aver letto e ammirato il libro ed il suo autore, spendere, non senza fatica, qualche parola in più.

Io e Dio – Una guida dei perplessi” (il titolo potrebbe a prima vista frenare, mostrandosi apparentemente presuntuoso) è un libro di teologia fondamentale in cui il suo autore, forse contrariamente a quanto fatto dalla tradizione – rea di aver fatto crescere il pregiudizio che la teologia sia una disciplina per pochi iniziati -, fa “scendere” le riflessioni teologiche ad un livello tale da renderle comprensibili e, perché no?, appetibili alla massa, compreso a chi di solito accantona i problemi metafisici e teologici ritenendoli inutili o comunque semplicemente astratti. Mancuso, rovesciando questa convinzione, ci dimostra che riflettere sulla vita e quindi su Dio è quanto di più antico ed umano ci sia.

Il libro, come ogni saggio che si rispetti, è formato da una pars destruens (“parte che distrugge”, la parte che demolisce le tradizionali ed errate convinzioni) e da una pars construens (“parte che costruisce”, la parte propositiva).

Nella prima parte, Mancuso, col suo spirito innovativo ed anticonvenzionale, distacca quella che è la sua concezione di teologia da quelle delle due posizioni religiose che vigono in Occidente: da un lato troviamo i dogmi del Magistero Cattolico, dall’altro i dogmi protestanti, secondo cui la Bibbia è l’unica fonte di verità. Rivelando le contraddizioni e le ipocrisie insiti in tali dogmi (in particolare quelli del Magistero, con largo uso di fonti), Mancuso sostiene che è riduttivo dover scegliere fra due (o anche più) posizioni in una ricerca, quella della verità e del senso ultimo della vita, che è anzitutto soggettiva, personale, poi sociale e religiosa, ma che non dovrebbe mai sottostare a dogmi aprioristici e vincolanti che limitano la libertà della ricerca.

Contemporaneamente, Mancuso riflette sula società odierna suddivisa tra l’autoritarismo delle gerarchie religiose, che è anacronistico e incapace di fornire risposte nei tempi moderni, ed uno scientismo che spesso, ma forse inconsapevolmente, finisce per fornire dogmi di un ateismo semplicistico, spiegando che in una società in cui si sceglie una sola fra queste due dimensioni si finisce inevitabilmente in un egoismo malsano, in un disperato e cinico nichilismo. Superando queste posizioni, Mancuso sostiene che invece la ricerca laica e quella religiosa procedono parallelamente, sebbene su strade e con modalità diverse, ma sono ugualmente meritevoli di rispetto fintantoché scaturite da una ricerca personale.

Dopo ciò, nella seconda parte – che però appare più farraginosa e non molto convincente – Mancuso – che, per esperienze personali raccontate anche nel libro, continua a ritenersi cattolico, sebbene temo sia ormai prossimo alla scomunica – propone una sua personale visione spirituale e una modalità di ricerca della verità, cioè quello che sinteticamente si potrebbe definire un cattolicesimo riformulato alla luce della modernità, con alla base diversi concetti sull’etica presi a prestito da Kant.

“Io e Dio” è un libro sorprendentetemente limpido ed agevole da leggere, nonostante sia un saggio di teologia. Come si può intuire anche guardando la presentazione, Mancuso è forse uno di quei rari teologi che, dopo aver riflettuto sulle questioni metafisiche, pondera anche sulle parole da usare, cercando di rendere al meglio la chiarezza e la comprensibilità di un concetto.

In un libro di grande onestà intellettuale, supportato dalla storia del pensiero filosofico e teologico, attingendo da una grande quantità di fonti e disponendo sapientemente citazioni bibliche, filosofiche (il citato Kant è solo un esempio), letterarie e anche scientifiche, Mancuso ci accompagna come un amico, senza alcuna presunzione o senso di superiorità, ma con desiderio di condivisione e di partecipazione, in una riflessione sul senso della vita e di Dio, senza mediazioni, perché “per ogni uomo che viene sulla terra la partita è sempre tra Io e Dio”.

Emanuele Ambrosio


Nuovi episodi di violenza religiosa: la storia di Mansor Almaribe

Lo scorso lunedì Ivan Corrado ci ha proposto un interessante articolo sul rapporto fra religione e violenza, spiegando il pensiero di Hobbes e Rousseau al riguardo (qui il collegamento  all’articolo: Come risolvere il drammatico binomio religione-violenza? La chiave è in Rousseau…). Rousseau aveva sapientemente eliminato dalla religione – che parte innanzitutto da una concenzione spirituale, quindi di armonia con Dio e col tutto – l’elemento disarmonico della violenza e della sopraffazione, riuscendo inoltre a costruire, almeno concettualmente, la religione anche e soprattutto come fenomeno sociale. Infatti la parola religione significa, stando all’etimologia, “legame”, riferendosi probabilmente sia al legame spirituale col divino sia a quello sociale con individui che condividono la stessa fede. Purtroppo, però, gran parte delle volte (volendo usare un eufemismo) le splendide costruzioni filosofiche di grandi pensatori restano tali, ossia concetti, idee, utopie, allontanadosi sempre di più dalla realtà e dalla fattibilità a seguito di spiacevoli fatti di cronaca.

Lo scorso 14 novembre, infatti, a Medina, in Arabia Saudita, è avvenuto l’ennesimo (e sicuramente non sarà l’ultimo) episodio di “violenza religiosa”. Un uomo, Mansor Almaribe, 45enne australiano di confessione sciita, è stato infatti condannato alla pena corporale di 500 frustate e a due anni di prigione, ridotti poi ad uno. Il reato commesso da quest’uomo è stato quello di insultare i “compagni del Profeta”, mentre era impegnato nello ‘hajj’, cioè l’annuale pellegrinaggio sui luoghi sacri dell’Islam, che ogni musulmano deve compiere almeno una volta nella vita. Dopo aver commesso la presunta blasfemia (per cui si può essere anche condannati a morte) l’uomo è stato arrestato dalla polizia e condotto via.

La sentenza di condanna è stata annunciata dal ministero degli Esteri, provocando l’immediata reazione da parte della famiglia di Almaribe, in Australia, che si è rivolta ai media per spiegare che l’uomo non può permettersi un avvocato difensore. I figli, Jamal e Mohammed, hanno inoltre spiegato che l’uomo stava solamente leggendo e pregando insieme ad altri pellegrini, quando è stato accerchiato dalla polizia per arrestarlo, aggiungendo che l’uomo soffre di alcune patologie, come diabete e problemi cardiaci, per cui non riuscirebbe a sopravvivere nemmeno a 50 frustate. Tuttavia si è mobilitato il ministro degli Esteri australiano Kevin Rudd, offrendo la sua assistenza alla famiglia, chiedendo clemenza per l’uomo.

Emanuele Ambrosio


Un viaggio con Mel Gibson al tempo della Guerra d’Indipendenza americana

“Il patriota” è un film storico del 2000 diretto da Roland Emmerich. Ambientato nel tardo Settecento, in Carolina del Sud, racconta la Guerra d’Indipendenza americana vista dalla prospettiva dei coloni.

Benjamin Martin (Mel Gibson), eroe di guerra, avversa inutilmente le intenzioni dei suoi concittadini di ribellarsi all’Inghilterra, preoccupandosi inoltre dell’arruolamento del figlio Gabriel (Heath Ledger). A convicerlo della necessità di scontrarsi con gli inglesi sarà un’esperienza che vivrà sulla sua pelle, vedendo in prima persona le atrocità di cui erano capaci gli inglesi, in particolare del colonnello di cavalleria William Tavington (Jason Isaacs), il quale uccide suo figlio Thomas (Gregory Smith) e decine di soldati americani feriti davanti ai suoi occhi, solo perché Benjamin aveva prestato loro soccorso, arrivando ad ordinare di bruciargli la casa e ad arruolare forzatamente la sua servitù. Con una furia che ha solamente un precedente nella sua vita, Benjamin Martin raccoglie le armi e decide di scontrarsi con gli inglesi, arruolando ribelli e combattendo utilizzando tecniche di guerriglia per indebolire le forze nemiche, tagliando approvvigionamenti e tendendo imboscate. Attraverso cruenti combattimenti e atti di violenza inaudita commessi dagli inglesi, si arriverà allo spettacolare scontro finale che permetterà ai coloni di potersi finalmente ritenere cittadini di uno Stato americano.

Il film è consigliato agli amanti dei film storici, grazie soprattuto alla sua accuratezza scenografica, quella degli ambienti (è stato girato presso i campi di battaglia su cui si combatterono realmente quelle battaglie), dei costumi, delle tecniche di combattimento del XVIII secolo che gli attori hanno dovuto imparare in lunghi periodi di allenamento per poterle riprodurre fedelmente e degli effetti pirotecnici, conducendo lo spettatore in un viaggio indietro nel tempo, grazie anche alle musiche spettacolari e galvanizzanti. Il film tocca anche altri temi, dimostrando sfaccettature non solo belliche di quel periodo, come l’amore e la crudeltà, la morte, i pregiudizi razziali, l’integrazione dei neri nella società e ovviamente il sentimento patriottico che emerge da ogni fotogramma e che tratteggia – qui il film non si dimostra imparziale – con eccessivo buonismo gli americani e con eccessiva spietatezza e disumanità gli inglesi, anche con alcune omissioni storiche, ad esempio toccando solo marginalmente il tema del sistema schiavistico coloniale.

Ciononostante è uno di quei film spettacolari che infondono forti valori morali, grazie anche alle buone interpretazioni di tutti gli attori, su cui troneggiano quella dell’immenso e carismatico Mel Gibson e dell’allora sconosciuto Heath Ledger, che da allora “esploderà” rivelandosi un ottimo attore, purtroppo precocemente scomparso. Splendida anche la fredda ed elegante interpretazione del britannico Jason Isaacs e quella del solido Chris Cooper.

Concludendo, una magistrale ricostruzione storica e l’ottima scelta del cast di attori hanno permesso di girare un film epico, che merita di essere visto ed apprezzato.

Emanuele Ambrosio