Quello che non ho è quel che non mi manca….

Quello che non ho è una camicia bianca
quello che non ho è un segreto in banca
quello che non ho sono le tue pistole
per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole.

Quello che non ho è di farla franca
quello che non ho è quel che non mi manca
quello che non ho sono le tue parole
per guadagnarmi il cielo, per conquistarmi il sole.

Quello che non ho è un orologio avanti
per correre più in fretta e avervi più distanti
quello che non ho è un treno arrugginito
che mi riporti indietro da dove son partito.

Quello che non ho sono i tuoi denti d’oro
quello che non ho è un pranzo di lavoro
quello che non ho è questa prateria
per correre più forte della malinconia.

Quello che non ho sono le mani in pasta
quello che non ho è un indirizzo in tasca
quello che non ho sei tu dalla mia parte
quello che non ho è di fregarti a carte.

Quello che non ho è una camicia bianca
quello che non ho è di farla franca
quello che non ho sono le tue parole
per conquistarmi il cielo, per guadagnarmi il sole.

Quello che non ho…

“Quello che non ho”, traccia d’apertura dell’ album senza titolo (verrà poi ribattezzato “Indiano”) del 1981 di Fabrizio De Andrè, è un vero e proprio manifesto contro il consumismo. In apertura, sui suoni di una caccia, s’inserisce una chitarra e l’indiano d’America protagonista del brano comincia a spiegare la diversità tra l’uomo bianco che ha sterminato la sua razza e il suo popolo che, fieramente, non ha mai accettato il compromesso di dimenticare la propria cultura; il messaggio chiave è contenuto nel verso in cui viene espressa, attraverso una frase densa di significato (“quello che non ho è quel che non mi manca”), la convinzione che è più importante apprezzare ciò che si ha, piuttosto che piangere su quel che non c’è. Questo modo di pensare è radicato profondamente nella cultura indiana dove il concetto di “ricchezza” assume una valenza umana, scollegata dal possesso materiale e profondamente rispettosa nei confronti del mondo naturale. Faber e il coautore Massimo Bubola, presero spunto, per la composizione della canzone, dalle considerazioni di un sociologo che aveva evidenziato come un bambino di cultura occidentale possedesse circa mille oggetti, mentre un fanciullo navajo ne aveva meno di venti e molto probabilmente conduceva un’esistenza più felice poiché non avvertiva il bisogno d’altro. La lista di “quello che non ho”, stilata dall’indiano nel testo della canzone permette di mettere a fuoco quel che veramente conta e di sottolineare con un velo di malinconia come alcune delle cose che non mancano siano proprio quelle che hanno determinato la perdita di libertà del suo popolo; nel mondo “perfetto”, prima della venuta dei bianchi “civilizzatori”, agli indiani non servivano armi o bei discorsi per “conquistare il cielo e guadagnarsi il sole” e, soprattutto, non erano necessarie camicie immacolate, conti in banca, la furbizia del “farla franca”, gli intrallazzi fraudolenti (“le mani in pasta”) o altre storture del genere introdotte dagli occidentali: per una cultura sviluppatasi per secoli in un rapporto armonico con la natura, il falso progresso “bianco” era superfluo e dannoso. Nel finale del brano, grazie ad un suggestivo e affascinante gioco sonoro, l’atmosfera richiama alla mente le sconfinate praterie americane e si  tinge di tristezza con la constatazione conclusiva del protagonista che è stato privato dei suoi spazi (sottrattigli dai colonizzatori) dove poteva “correre più forte della malinconia”. L’imposizione forzata dell’omologazione culturale perpetrata dai “visi pallidi” attraverso atroci massacri e violenze, cancellando i valori fondanti di questi popoli, ci ha distaccato profondamente dalla naturalità della nostra origine comune: per questi motivi, anche io, come l’indiano, vorrei un “treno arrugginito che mi riporti indietro da dove son partito”….

                                                                                                                   Ivan Corrado

Annunci

3 commenti on “Quello che non ho è quel che non mi manca….”

  1. Grazie Ivan per aver analizzato il testo di questo straordinario capolavoro che l’intramontabile Faber ha scritto con la preziosa collaborazione di Massimo Bubola.
    Questo brano evidenzia in modo alquanto eccellente, l’illogica circostanza di un occidente che ha voluto spregiudicatamente imporre tutto il proprio predominio sul popolo indiano calpestandone la civiltà.
    Una civiltà così umile e saggia da poter vivere il proprio quotidiano servendosi semplicemente di quello che già ha.
    Un abbraccio forte!

  2. gaia de pascale ha detto:

    Ivan, hai messo a fuoco benissimo il testo, complimenti! Bella poi l’idea di parlare di politica/anarchia/società a partire dalle parole dei grandi cantautori. Andrò a ritroso e una al giorno le leggerò tutte 🙂
    gaia

  3. ivanc91 ha detto:

    Ti ringrazio, Gaia. 🙂 Spero che anche gli altri articoli siano di tuo gradimento. 🙂


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...