Finale: trionfa Marco Anastasio, argento per Naomi Rivieccio, terza Luna Melis, fuori dal podio i BowLand…

“Le parole sono frecce, proiettili, uccelli leggendari all’inseguimento degli dei, le parole sono pesci preistorici che scoprono un segreto terrificante nel profondo degli abissi, sono reti sufficientemente grandi da catturare il mondo e abbracciare i cieli, ma a volte le parole non sono niente, sono stracci usati dove il freddo penetra, sono fortezze in disuso che la morte e la sventura varcano con facilità”. Lo scrittore islandese Jón Kalman Stefánsson esprime in questo modo il multiforme potere del linguaggio. Le parole sono infatti le armi più potenti che abbiamo e possiamo usarle per difenderci, ma, allo stesso tempo, possono ferirci, addirittura ucciderci o esserci di nessun aiuto se non le attribuiamo il giusto peso. Il linguaggio è ciò che ci rende esseri umani e, soprattutto in tempi bui come questi, può essere fondamentale per farci immaginare vie nuove e permetterci di cartografare mondi di possibilità inesplorate. Per tutti questi motivi trovo straordinario l’esito della Finale di X Factor 12, conclusasi nella cornice del Mediolanum Forum di Assago con la vittoria di Anastasio, artigiano della parola, prima ancora che artista. Il suo trionfo, a suo modo storico, segna una svolta, un cambiamento di paradigma nel modo in cui ci rapportiamo alla musica e all’arte in generale. Questo epilogo è stato il degno coronamento di una delle migliori edizioni del programma, caratterizzata dal livello medio altissimo dei concorrenti, dalle ottime scenografie di Simone Ferrari (meno barocco del predecessore Luca Tommassini), dalla conduzione sempre spigliatissima di Alessandro Cattelan e dalle schermaglie tra i giudici, i quali hanno alternato colpi di genio a cappellate incredibili. Andiamo quindi a vedere, per l’ultima volta quest’anno, le pagelle, seguite, come al solito, dai miei riconoscimenti speciali:

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ANASTASIO (Guerriero + Medley tra Se piovesse il tuo nome, Generale e Another brick in the wall pt. 2 + La fine del mondo) 10: Vittoria strameritata per colui che considero il miglior artista di tutte le 12 edizioni di X Factor. Il suo successo dimostra che non è necessario avere una vocalità supersonica per fare musica ed è l’affermazione del contenuto rispetto alla forma, della parola invece del virtuosismo, dell’autenticità sul già visto. Ha scritto uno o più testi nuovi in ogni puntata, adattandoli con incastri tecnicamente impeccabili ad ogni brano assegnatogli, riuscendo a spaziare dal cantautorato italiano, al pop, al rock epico, fino al divertissement. In questa finale ha portato la sua incontenibile potenza espressiva in ogni centimetro del palco del Forum, a partire dal duetto con Marco Mengoni (gli ha migliorato la canzone con il suo inserto, in cui, da guerriero, si scaglia contro quella gentaglia che ‘si aspetta che cada e mi ha preso la spada, mi ha preso la taglia per farmi la bara e credi che basti una tua minaccia, ma quanto ti fa incazzare vedermi morire col sorriso in faccia?’), fino al deflagrante inedito. Tra tutti gli spunti che ha lanciato durante le varie serate, forse il più importante è che non bisogna arrendersi con rassegnazione all’abulia e alla depressione, ma è necessario guardarsi dentro per continuare a lottare, perché ogni rivoluzione può partire solo con un cambiamento interiore. E allora continua a gettarci addosso un po’ di caos libero e ventoso, caro Anastasio, affinché nelle tue parole i giovani possano trovare la motivazione ad affrontare il mondo e la vita con consapevolezza e fiducia, mentre i vecchi possano comprendere che dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno, invece di aspettare passivamente la fine. Solo così, con la voglia di lottare contro il morire della luce, la fine del mondo, se dovesse verificarsi, sarebbe se non altro una grande fine. Grazie di tutto, Nasta.

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NAOMI (L’essenziale + Medley tra Bang bang, Look at me now e Never Enough + Like the rain (Unpredictable) 9: Il suo è stato il percorso più incredibile di questa edizione. Tre settimane fa sembrava che la sua avventura dovesse finire in modo anonimo e insignificante, poi ha scoperto la sua vena rap che, abbinata ad una incontenibile capacità vocale, l’ha portata a giocarsi la vittoria fino all’ultimo secondo, sfiorando un ribaltone straordinario. Peccato solo che l’inedito non la valorizzasse in pieno ma se troverà autori validi, la sua carriera non potrà che essere scintillante. Talento, versatilità, abnegazione, cultura del lavoro: c’è tutto in questa ragazza. Non sprecatela.

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LUNA (Ti ho voluto bene veramente + Medley tra God is a woman/I do, Blue jeans e Mica Van Gogh) 7,5: A sorpresa riesce a salire sul podio, anche se il suo duetto è forse il peggiore della serata. Nel medley però dimostra che non è arrivata fino a qui per caso. La ferocia agonistica con cui mangia il palco, insieme alle notevoli doti vocali e a margini di miglioramento immani (dovuti al fatto che ha solo 16 anni) lasciano ben sperare. Se vuole continuare con il rap, dovrà però sviluppare capacità autoriali, ma con la determinazione che la contraddistingue e con qualche esperienza di vita in più, confido nella sua riuscita. Il futuro è tuo, piccola.

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BOWLAND (Io ti aspetto) 7,5: Che peccato vederli arrivare quarti, meritavano di più. Di sicuro hanno rappresentato una delle scoperte più belle di questa edizione, regalandoci sonorità etniche e atmosfere magiche, condite da un’incredibile inventiva nell’arrangiamento dei pezzi e nella scelta degli strumenti da suonare. La loro partecipazione è la prova che solo la libera circolazione delle idee, dei suoni e delle persone può permetterci di affrontare al meglio le sfide future in un mondo complesso. L’arricchimento del nostro pool memico è la chiave di volta per immaginare un futuro che garantisca la sopravvivenza della nostra specie, per cui ben vengano le contaminazioni culturali di cui loro sono espressione. Ora la nostra cassetta degli attrezzi esistenziale è un po’ più fornita. Kheyli mamnoon, BowLand.

GIUDICI

MARA MAIONCHI 8,5: Passa il tempo ma lei è sempre la regina del tavolo. Seconda vittoria consecutiva portata a casa grazie anche alla solita irriverente schiettezza che la rende particolarmente amata dal pubblico. Quest’anno ci ha regalato uno dei momenti più memorabili con la reazione di sfrenata euforia dopo l’ascolto dei Pink Floyd rivisitati da Anastasio e ha mostrato grande lungimiranza e intelligenza nel saper ascoltare il suo artista, appartenente ad un genere molto lontano da lei, senza imporgli la sua visione. Lodevole anche il fatto di essere riuscita a condurre Leo Gassmann in semifinale, mentre l’unica nota negativa è stato il percorso costruito per Emanuele Bertelli, assecondando il ragazzo anche in scelte che ne hanno compromesso il cammino. Ad ogni modo, è stata un’altra annata da incorniciare per la Mara nazionale.

FEDEZ 8: A suo dire, questa sarà l’ultima edizione per lui e credo sia stata la migliore. Non banale nei giudizi, ha compiuto un capolavoro quando si è reso conto delle potenzialità rap di Naomi e ha avuto il coraggio di rischiare, conducendo la sua cantante a un passo da una vittoria che avrebbe avuto del clamoroso. Certo, ha perso anzitempo dei cantanti (Matteo, uscito subito, e Renza) ma aveva anche la categoria più debole di quest’anno. Mi ha sorpreso in positivo.

LODO GUENZI 6: Si è ritrovato nella spinosissima situazione di dover allenare, dopo l’Asia Argento gate, un gruppo di persone non selezionate da lui e di questo bisogna tener conto. D’altro canto è parso logorroico e banalmente innocuo nei commenti, oltre ad aver contribuito con scelte musicali disastrose all’eliminazione prematura di Red Bricks Foundation e Seveso Casino Palace. Ha salvato la stagione entrando in ottima sintonia umana e professionale con i BowLand, portati in finale con assegnazioni quasi sempre consone al loro mondo. Non sappiamo se resterà anche l’anno prossimo ma di sicuro deve migliorare sotto moltissimi aspetti.

MANUEL AGNELLI 4,5: La delusione più grande di questa edizione. Ormai imborghesito del tutto, si è lasciato andare a commenti velenosi e pretestuosi verso i concorrenti altrui, difendendo invece le sue pupille con ridicole arrampicate sugli specchi. Aveva la squadra più forte dell’anno ma ha contribuito all’eliminazione di Sherol scrivendole un inedito insulso, ha pompato a dismisura Martina per poi assegnarle pezzi da asilo Mariuccia ed è riuscito a portare in finale Luna più per meriti della ragazza che suoi. Anche lui ha annunciato che si fermerà qui: forse è meglio tornare a fare musica.

E ora ecco i miei riconoscimenti speciali. Come sapete, hanno il valore di un bel niente veneziano con un manico d’ombrello ma trovo sempre divertente assegnarli:

Premio della critica: ANASTASIO

Miglioramento più evidente: NAOMI

Timbro più originale: ex aequo tra LEO e LEILA dei BOWLAND

Il/La/I più completo/a/i: BOWLAND

Anche per quest’anno abbiamo terminato il nostro viaggio e io non posso che ringraziarvi per l’affetto e l’interesse che avete sempre mostrato verso questa rubrica che scrivo per puro piacere personale. L’appuntamento è alla prossima, sperando di risentirci con qualche esperienza e…parola in più. Grazie di cuore a tutti e buona vita.

Vamos.

Ivan Corrado

 

 

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Settima puntata: la doppia eliminazione di Martina Attili e Leo Gassmann delinea la Finale migliore…

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Incredibile. Sono commosso. Quasi non ci credo. Provo le stesse emozioni di quando Koulibaly segnò al 90esimo il gol della vittoria per il Napoli sulla Juventus nello scorso campionato. Il motivo di tanta gioia e incredulità è la delineazione del quartetto perfetto  (a mio parere) di finalisti ad X Factor 12. Ma se l’addio del giovane rampollo di casa Gassmann dopo l’ultimo scontro con Luna (e a seguito dell’ennesimo Tilt, il settimo su 6 puntate…) era ampiamente nell’aria, è stato un vero fulmine a ciel sereno l’eliminazione di Martina, di botto, al termine della prima manche, senza neanche poter avere la possibilità di giocarsela al ballottaggio. Stando alla performance di stasera l’uscita di scena della Attili è più che sacrosanta, ma davvero mai mi sarei aspettato che una delle favorite per la vittoria non riuscisse a raggiungere l’atto finale. Al Forum di Assago ci andranno dunque Anastasio, Naomi, i Bowland e Luna, un cantante per ogni categoria. Questo il verdetto di una delle serate più pazze della storia del programma, chiusa con l’annuncio di Manuel Agnelli, deciso a fermarsi qui e a non ripetere l’esperienza. Ci sarà modo tra una settimana di parlare anche di questo e di tirare le somme pure sul percorso dei giudici; oggi però vorrei dedicarmi solo ai cantanti e allora vediamo le pagelle, i cui voti sono una media tra i brani della prima manche (scelti dai concorrenti stessi) e quelli della seconda (assegnati dai giudici):

NAOMI (Problem + Rap God/Beautiful) 9: Il suo cambio di rotta è tra i più stupefacenti tra quelli visti ad X Factor. Dopo due ballottaggi di fila ha scoperto la sua incredibile vena rap e la sta sfruttando al massimo, approdando ad una finale che sembrava impensabile fino a due settimane fa. Stasera mette in mostra tutte le sfaccettature del suo talento: voce ultrasonica che riempie lo studio sul brano di Ariana Grande e capacità di rappare oltre i limiti dell’umano nel pezzo di Eminem, “mash-uppato” sapientemente con il classicone di Christina Aguilera. Per quanto straordinari, questi potrebbero sembrare sterili virtuosismi tecnici (come quelli chitarristici di Yngwie Malmsteen che personalmente mi sfrangiano i cabasisi) ma trasmettono emozioni perché lei riesce a far filtrare tutta la grinta, l’entusiasmo, la fatica, lo studio che ha dovuto compiere per questo incredibile cambio di rotta. C’è da restare attoniti quando si riesce ad assistere allo spettacolo di una persona che scopre una parte sconosciuta di sé, un nuovo canale di espressione e si illumina di una luce diversa. Dopo questo giro di boa ha davanti a sé un oceano di possibilità. Fantastica.

LEO (Dead in the water + Com’è profondo il mare) 6: Il voto scaturisce dalla media tra il 7 che merita per l’interpretazione del brano di Noel Gallagher (forse la sua migliore performance fino ad ora) e il 5 che si becca per aver in larga parte rovinato un capolavoro di Lucio Dalla, cantato con rabbia immotivata, attitudine sbagliata e pathos superfluo. Al ballottaggio non dispiace sulle note di ‘Caledonia’ ma il confronto con Luna era piuttosto impietoso ed è giusto che esca lui. Non sono tra quelli che gli hanno dato del raccomandato per il cognome, per il semplice motivo che questo ragazzo ha meritato di far parte del programma, ha indubbie qualità (il timbro è stupendo e credo che lo valorizzerebbe ancor di più se proponesse un genere più vicino al rock) e altrettanto indubbi difetti (deve ancora affinare la sua poetica, troppo barocca e pesante, oltre che sforzarsi di essere più naturale sul palco). Ad ogni modo, sembra essere una persona intelligente che farà tesoro di quanto appreso in questa esperienza. Buona vita.

LUNA (Mica Van Gogh + Can’t hold us) 6,5: Non era al meglio fisicamente e si vede. Insolitamente scarica sul pezzo di Caparezza (in cui non fa capire quasi nulla del testo, il che è delittuoso in un brano del genere), mentre si riscatta decisamente quando ha a che fare con l’extrabeat di Macklemore e al ballottaggio sfodera gli artigli riproponendo il mash-up tra ‘God is a woman’ e ‘I do’ che tanti consensi le aveva fruttato in passato. Sicuramente si è meritata la finale, anche se è ancora giovanissima, deve crescere sotto diversi aspetti e, soprattutto, iniziare a scrivere, cosa che ritengo fondamentale per un rapper. Al Forum può essere la mina vagante.

BOWLAND (Iron + Amandoti) 7,5: Sono l’emblema della coerenza artistica. Il contesto televisivo non li ha indotti a modificare di un millimetro la loro proposta musicale e questa scelta ha pagato. Gli unici, insieme ad Anastasio, a non essere mai finiti a rischio eliminazione, raggiungono la finale con passo elegante e leggero. Si infiltrano con discrezione nella mente dell’ascoltatore e lo cullano, lo ammaliano, lo circuiscono e lo rinfrancano, come un massaggio alle tempie quando hai la testa che ti scoppia. Costanti in entrambe le esibizioni, più tribali sul brano di Woodkid, più sinuosi su quello dei CCCP, in cui la chicca del suono dei bicchieri in acqua aggiunge fascino a tutta l’esibizione. Nel frenetico, assordante, caotico mondo contemporaneo, loro ritagliano uno spazio dove sentirsi a casa, prendersi del tempo e riscoprire suoni perduti, sepolti sotto il bombardamento percettivo della società attuale. Un posto in cui essere se stessi non è un reato.

MARTINA (The climb) 4: La sua eliminazione improvvisa sconvolge tutti quelli (me compreso) che la consideravano già comodamente installata sul palco del Forum. Eppure, se guardiamo ai fatti, è decisamente meritata. Personalmente non l’ho mai apprezzata, per usare un eufemismo, ma se non altro dovevo riconoscere che dal punto di vista tecnico non sbagliava quasi nulla. Nelle ultime due settimane è invece calato il buio: esibizioni pessime, come quella di ieri in cui ha stonato per quasi tutta la canzone, con un atteggiamento smarrito di chi non ha la minima idea di cosa stia facendo e perché: mi ha quasi dato la sensazione che si fosse stufata di star lì e stesse buttando tutto alle ortiche. Per i miei gusti è un sollievo che non sia arrivata in finale, ma indubbiamente lei deve interrogarsi sulle motivazioni, gettare via questo personaggio che si è creata e che alla lunga l’ha danneggiata e tornare alla scrittura, ambito in cui, come ha dimostrato nell’inedito, ha delle doti non disprezzabili. Credo che non comprerò mai un suo disco, ma le auguro il meglio.

ANASTASIO (La porta dello spavento supremo + Clint Eastwood) 10: José Saramago diceva che ‘il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre’. Ecco perché abbiamo assolutamente bisogno di persone, di talenti come Anastasio. Abbiamo bisogno di ha capito che, per paradossale che possa sembrare, solo scandagliando nei meandri più profondi del nostro animo e delle nostre esperienze più intime, riusciamo a dire qualcosa di universale che tocca le corde di tutti, perché al di là del chiacchiericcio, degli orpelli, del rumore che ci soverchia e dell’infinito numero di personalità che si affastellano dentro di noi, c’è un nucleo comune a tutti in quanto esseri umani. Anastasio quel nucleo riesce a raggiungerlo e perciò a mostrarci nuovi percorsi quando, scegliendo uno dei tanti capolavori del maestro Battiato, ci parla della morte, delle paure più ancestrali e lo fa raccontando un suo incubo ricorrente in cui ‘l’uomo senza volto dalle lunghe dita mi afferra e sembra già finita, mi ritrovo bambino, con l’asma, terrorizzato e con il fiato corto, lui non mi vuole morto, lui mi segue e basta. E io dovrei capire come rinsavire e non ho soluzioni, non dovrei dormire, dovrei stare sveglio, ma io sono già sveglio. Io non dovrei morire come questo corpo: ma io sono già morto’. La poliedricità del talento di questo ragazzo è chiara quando riesce a passare da un testo così tragicamente intenso ad un geniale divertissement in cui, sullo sfondo del brano dei Gorillaz, intrattiene una conversazione immaginaria con il proprio cervello, il quale, alla lamentela che lo chiama in causa (‘vuoi che interagisca ma come vuoi che ci riesca se il nemico ce l’ho in testa’) replica ‘io non ti sono nemico, coglione, io sono quello che ha ideato ‘sta canzone, sei tu che vuoi sembrare normale, fedele all’altare dell’interazione sociale’. Insomma, un’altra serata pazzesca per Nasta e a coloro che insistono nell’accusarlo di parlare e non di cantare, consiglio di leggere ‘Il più grande uomo scimmia del Pleistocene’ di Roy Lewis in cui, dietro al personaggio dello zio Vania si nascondono tutti coloro che ottusamente non capiscono che ogni forma di espressione umana, dunque anche la musica, si evolve e questa è la chiave per cui la nostra specie è ancora qui. E allora, Anastasio, continua a ‘romperci i pensieri’, perché è da quei cocci che possiamo ricostruire in modi sempre più fecondi un futuro nel quale gli zii Vania, ancorati alla tradizione, alla conservazione, all’odio verso il cambiamento, saranno inevitabilmente estinti.

Giovedì prossimo l’ultimo atto di un’edizione ricca di sorprese: chi vincerà? Al Forum l’ardua sentenza.

Ivan Corrado

 

 


Sesta puntata: i giudici non decidono e a sorpresa va fuori Sherol Dos Santos…

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5 su 6. È il numero di volte in cui la giuria quest’anno ha deciso di non decidere e di chiamare il tilt. Puntualmente ciò si è verificato anche nel sesto live di X Factor 12, chiusosi con la poco pronosticabile eliminazione di Sherol (prima concorrente della squadra di Manuel Agnelli a cadere) dopo il ballottaggio con Leo. Ora, si sa che quando si lascia la decisione al pubblico possono accadere cose imprevedibili se non del tutto assurde, quindi è ridicolo che dei giudici pagati per fare il loro lavoro, se ne lavino pilatescamente le mani ogni volta. A questo punto tanto vale far decidere direttamente tutto agli spettatori tramite il televoto, risparmiandoci questa grottesca pantomima nella quale nessuno si prende mai una responsabilità. Ad ogni modo, è stata una puntata che ha regalato diversi spunti interessanti, con i cantanti chiamati ad esibirsi prima con una cover accompagnati da un’orchestra elettronica e poi con una versione ridotta dell’inedito. Vediamo allora le pagelle per entrare nel merito:

BOWLAND (Seven nation army + Don’t stop me) 7: Si cimentano con il classicone dei White Stripes e riescono a trasferirlo nel loro mondo in maniera decisamente convincente. Non mi ha fatto impazzire l’arrangiamento in alcuni punti, ma hanno suonato come al solito benissimo e la cantante, Leila, ha usato al meglio il suo timbro avvolgente, senza risultare fastidiosa o cantilenante come altre volte. L’inedito si conferma uno dei migliori di quest’anno e forse potrebbe consentirgli di approdare al Forum tra due settimane.

LEO (Terra degli uomini + Piume) 5: Stasera doveva uscire lui. Punto. Disinnesca totalmente l’emozione delicata del pezzo di Jovanotti cantandolo con un’impostazione palesemente finta ed eccessivamente carica di una grinta che semplicemente non serve in un brano del genere, che va quasi sussurrato, narrato con semplicità e leggerezza. Per carità, sul piano tecnico ha doti indubbie e il timbro è sempre interessante, ma ha il potere di appesantire terribilmente e di rendere vetusto tutto quello che tocca. Continuo a ritenere l’inedito tra i peggiori di questa edizione: un brano che trasuda vecchiezza, intriso di quella che Anastasio definirebbe “una poetica da rinnovare o levare di mezzo”. Convince pochissimo anche l’interpretazione di ‘Yellow’ al ballottaggio, ma si salva per i voti da casa, i quali, si sa, troppo spesso seguono logiche guidate dalle regioni a sud dell’ombelico…

MARTINA (Hyper-ballad + Cherofobia) 4,5: Terrificante. Sul pezzo di Björk produce la peggiore esibizione da quando è qui, sotto ogni punto di vista. Stona abbondantemente e si muove in un modo che al confronto Linda Blair ne ‘L’esorcista’ sembra la principessina delle fiabe. Si riscatta in parte con l’inedito, il suo punto di forza (che però sta già iniziando a stancarmi), ma stasera ha palesato grossi limiti. Finalmente Fedez le ha chiesto perché diamine parla con una vocina da rincoglionita quando si rapporta con i giudici, mettendo in luce il suo giocare con il personaggio che si è creata. Preferirei che si mettesse a recitare preghiere in aramaico al contrario piuttosto che sentirla fingere con quella tonalità da bimbetta scemotta. Purtroppo temo che l’acqua santa non basterà ad evitare che arrivi in finale.

NAOMI (Look at me now + Like the rain (Unpredictable) 9: Pazzesca. Sconvolge tutti con una versione incredibile di uno dei brani rap più difficili della storia e si salva da un’eliminazione che, dopo due ballottaggi consecutivi, incombeva su di lei come una spada di Damocle. Precisione sovrumana, fiato infinito, capacità di articolazione allucinante, spara fiumi di parole (no, non c’entrano i Jalisse) in serie con una nonchalance invidiabile. Nell’inedito mostra il lato più classico, la sua estensione vocale vastissima anche se non supportata da un pezzo all’altezza. Comunque arriva in semifinale più che meritatamente grazie all’azzardo del suo giudice ed alla sua determinazione e abnegazione. Audacia, lavoro duro e convinzione: così nascono le cose più belle. Bravissima.

LUNA (The monster + Los Angeles) 8: Per una sera le sua abilità da rapper, comunque notevoli, sono incredibilmente messe in ombra da Naomi. Lei però fa il suo e regge alla grande il flow serratissimo del brano di Eminem, risultando come al solito credibile e convincente anche nella parte melodica. L’inedito non è nulla di sconvolgente, ma è il più radiofonico e destinato a diventare un tormentone. Se pensiamo anche che ha cantato in condizioni fisiche non ottimali, viene da chiedersi dove può arrivare quando sarà al 100%. Nel suo pezzo dice che ‘è il peggio di papà unito al peggio di mamma’: be’, complimenti ai genitori.

ANASTASIO (Stairway to heaven + La fine del mondo) 9,5: Prende un capolavoro senza tempo dei Led Zeppelin e ci riscrive sopra un testo straordinario che rifiuta due diversi atteggiamenti nefasti: da una parte lo sguazzare nelle miserie dell’esistenza senza mai aprirsi al mondo per farsi sorprendere da esso (‘Nella palude ci si orienta con il cielo stellato ma non sai da quanto tempo che non alzano il capo, se il cielo fosse stato cancellato non saprebbero nulla, starebbero ancora a girare in tondo senza mai ascoltare il mondo cosa gli sussurra’), e dall’altra il dimenticare completamente le cose terrene per raggiungere ciò che sta oltre, attraverso un itinerario mistico costellato di fatica e sofferenza autoinflitta (‘Ma se stessimo a pensarci un secondo di meno e strappassimo il velo, vedremmo una scala salire e trafiggere il cielo e saremmo lì a discutere se dietro le nuvole c’è davvero il Paradiso o si cade nel nero, e non sono mica certo che ce la farei, gli scalini sono troppi per i piedi miei e si dice che chi prova a salire lassù, non ha motivo per riscendere giù. Ci proverei pure io, ma non lo so mica se alla fine ci si arriva o si muore per la fatica: se ci riuscissi e dopo le intemperie arrivassi e trovassi solo macerie di un Paradiso in disuso o chiuso per ferie’…). La soluzione prospettata è restare invischiati nel mondo terreno ma con la consapevolezza che c’è altro oltre i confini ristretti del proprio orticello (‘il Paradiso forse c’è ed io continuerò a sognarlo, ma resterò nella palude e di tanto in tanto mi ricorderò di alzar lo sguardo’). Versi di enorme profondità, come del resto quelli dell’inedito che ormai è già un classico. Caro Nasta, sei davvero la miglior cosa che sia mai successa a questo programma.

SHEROL (Turning tables + Non ti avevo ma ti ho perso) 6,5: Ok, non è stata una serata particolarmente esaltante per lei. Però ha reso giustizia al pezzo di Adele, cantato con la giusta intenzione, ha interpretato al meglio ‘And I am telling you I’m not going’ al ballottaggio, e se l’inedito è una mezza ciofeca non è colpa sua, ma del suo giudice, il quale, invece di dispensare sempre lezioni di vita agli altri, farebbe bene a ricordarsi come si scrive una canzone decente, dal momento che quella composta per la povera Sherol fa acqua da tutte le parti. Al netto di tutto questo, è incredibile che una come lei non sia arrivata almeno in semifinale: se una cantante con il suo potenziale non è stata messa in grado di esprimersi al meglio sul piano emozionale, è una sconfitta per tutti. Peccato.

Giovedì prossimo ci sarà una doppia eliminazione e scopriremo i quattro finalisti, ma la domanda è se i giudici riusciranno, almeno per una volta, a scegliere ciò che è giusto, invece di ciò che è facile. Non resta che attendere.

Ivan Corrado


Quinta puntata: esce Renza Castelli ma c’era di peggio…

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La democrazia è la peggior forma di governo, ad eccezione di tutte le altre che sono state sperimentate fino ad ora: ne era convinto Winston Churchill e lo penso anch’io, per cui faremmo sempre bene a difenderla, soprattutto in tempi come questi. Alle volte però, anche quando si esplica sotto forma di un televoto in un talent show, la democrazia può far incazzare non poco, soprattutto nel momento in cui la maggioranza si fa irretire da altri irrilevanti parametri nel valutare la bravura di un concorrente. Ma non sono così ingenuo da non sapere che, trattandosi di un programma televisivo, è perfettamente ovvio che ciò accada, perciò non crucciamoci troppo. Di sicuro va detto che l’inedito di Renza, pur non essendo nulla di trascendentale (come quasi tutti quelli di quest’anno), non era nemmeno il peggiore, ragion per cui proprio stasera forse la cantautrice toscana non meritava di andare a casa. Se poi ci aggiungiamo che al ballottaggio con lei è finita la sua collega di squadra Naomi, capiamo che la gente ieri ha votato ad mentula canis, per dirla alla latina. Ma scendiamo nel dettaglio con le pagelle:

LUNA (Los Angeles) 5: Agnelli delira sostenendo che Jacke La Furia, autore delle barre di questo inedito, sia il più grande rapper italiano (mai sentito parlare di Caparezza o Murubutu?), ma questo è il problema minore. Innanzitutto trovo completamente senza senso che una persona che fa rap non scriva i propri pezzi: diamine, in questo genere musicale la scrittura è quasi tutto, ed è avvilente fare da ripetitore dei pensieri altrui. Volendo pure tralasciare anche questo aspetto, la canzone in sé è decisamente mediocre. Musicalmente ricorda le peggiori ciofeche di Baby K e il testo non è che presenti particolari picchi di genialità ma è anzi infarcito di luoghi comuni (‘fare a meno di me e di te forse non è possibile, io sono gli occhi e tu le lacrime’ e così via blaterando fino ad arrivare a metafore deprimenti come ‘corri da me che ti aspetto a braccia aperte come il Cristo a Rio’). Tra l’altro il titolo è ‘Los Angeles’, forse per dargli un respiro internazionale ma l’effetto è lo stesso di quando alcune persone scrivono su Facebook di venire da Sidney, New York o Johannesburg ma in realtà sono di Casalpusterlengo e Pizzighettone. Lei è comunque brava e cerca di salvare il tutto con una buona interpretazione, ma il pezzo è veramente debole.

RENZA (Cielo inglese) 6: Il brano gliel’hanno scritto Bungaro e Rakele (chi??), ma è adatto alla sua personalità: elegante, leggero e british nella sua compostezza. Il testo non va oltre qualche trita banalità (‘E non si può sopravvivere per restare fermi, e non si può neanche fingere come fanno gli altri, c’era pioggia e un cielo inglese, camminavi ed io sospesa come dentro un quadro di Chagall’) e la musica è troppo monotona con un arrangiamento piuttosto piatto, ma nel complesso il risultato finale è almeno ascoltabile. Lei era una di quelle più a rischio e si sapeva, ma stasera non meritava di uscire e anche all’ultimo scontro, con ‘Wait in vain’, conferma le sue caratteristiche. Il suo cantato forse non è d’immediato impatto, né particolarmente adatto al contesto televisivo, ma trovo sia stata molto sottovalutata e se saprà trovare la sua strada (oltre che persone che la vestano meglio di ieri sera) potrebbe farci sentire cose interessanti. Good luck.

ANASTASIO (La fine del mondo) 9,5: Le chiacchiere stanno a zero, questo è l’inedito migliore nella storia di X Factor. Non gli metto 10 solo perché avrei preferito mantenesse una strofa presente nella versione cantata alle audizioni (‘Ma voi davvero volete le cose semplici? Inflazionarvi le emozioni con i pezzi sempre identici? Beh, io sono stanco delle cose normali, io non ho tempo per le cose normali e di certo non mi alzo dal letto per cose normali. Tu non mi credi? Io vengo a romperti i pensieri, ti toglierò l’ossigeno e la terra sotto i piedi’), ma per il resto nulla da dire, questa canzone è nitroglicerina pura, sale sulle ferite di un mondo e di un periodo storico che sconcerta e deprime per l’indifferenza che pare aver lobotomizzato intere schiere di persone. E allora si capisce la rabbia ribollente di Anastasio, che scava negli anfratti più ripugnanti del male di vivere, sognando una fine esplosiva, catartica, appagante (‘Non mi alzerò mai da questo letto sfatto e zozzo che mi tira giù sul fondo ed è profondo come un pozzo. Mi ripeto alzati, almeno muoviti ma ‘ste lenzuola sono come sabbie mobili e non ho manco sonno ma se mi alzo torno ad affrontare il mondo e sono tempi bui. Il gioco lo conosco a fondo, sono debole e lui cambia regole a suo piacimento e vince sempre lui . Ed accidenti, dovrei darci dentro ancora, in contromano a fari spenti sfioro i centoventi all’ora ma il mondo mi ignora ancora, non lo vedo più, non tira un filo di vento, non sento manco l’aria sulla faccia mentre cado giù. Ma non voglio far finta di niente se in giro vedo solo e unicamente facce spente. Io sogno un mondo che finisca degnamente, che esploda, non che si spenga lentamente’). Con la disperazione di Eminem e la visionarietà immaginativa di Murubutu, Anastasio disegna parole potenti che mi fanno pensare a quanto sarebbe stata straordinaria una sua collaborazione con il compianto Cranio Randagio, un altro che condivideva gli stessi demoni e urlava al mondo la sua voglia di sconfiggerli. Di sicuro, ciò che Anastasio ha fatto, sommerge l’immondo chiacchiericcio di personaggiucoli, gestori di blog televisivi e pseudo-opinioniste da strapazzo che rimestando nella fanghiglia, loro habitat naturale, hanno provato a delegittimarlo durante la settimana, ripescando post vecchi e dimenticati. Be’ cari sciacalli, come direbbe De André, voi non avete fermato il vento, gli avete solo fatto perdere tempo perché Anastasio, come Dylan Thomas, decide di non andarsene docile nella buona notte: no, lui infuria, infuria contro il morire della luce.

SHEROL (Non ti avevo ma ti ho perso) 5,5: Agnelli è coautore del testo ma non deve essersi impegnato molto. La canzone, in cui si parla del non rapporto che Sherol ha con suo padre, non decolla, vuoi per una musicalità scialba, vuoi per un testo non incisivo (‘se poi non torni quando è giorno e fa freddo anche all’inferno, col futuro addosso questo mare era caldo anche d’inverno e so che se una stella esplode è perché la porti via da casa. Non so se mi manchi adesso, non ti avevo ma ti ho perso’), vuoi per lei che, forse bloccata dall’emozione, non lo canta al meglio. Le sue doti avrebbero meritato una canzone migliore di questa robetta. Peccato.

NAOMI (Like the rain (Umpredictable) 6: Il suo brano (che vede tra gli autori Fortunato Zampaglione) è un pezzo da musical che strappa la sufficienza giusto perché le permette di mettere in mostra la vocalità notevolissima. Per il resto siamo in presenza di qualcosa di già sentito milioni di volte (i versi ‘Now every time I talk my words don’t come out right and every time you touch, my body feels like fire. My mind is yours to know, my hand is yours to hold, I’m crossing all my fingers that you never let it go’ trasudano ovvietà da ogni poro) e i continui salti tonali e armonici rendono anche macchinoso l’ascolto. Ciò detto, trovo assurdo che per la seconda volta di fila sia finita in ballottaggio, dove però con il suo pezzo forte, ‘Bang bang’, ha strappato la permanenza in trasmissione ma non grazie ai giudici che non si prendono una responsabilità manco a pagarli (e infatti vengono pagati) e a tavolino decidono di andare al ‘Tilt’. Forse deve lavorare sulla comunicazione delle emozioni, altrimenti il rischio di uscire giovedì prossimo è altissimo.

BOWLAND (Don’t stop me) 7: ‘Don’t stop me, I’m driving to nowhere, alone’. Basta questo verso per capire tutto il loro mondo e quell’atmosfera di sospensione mistica che li accompagna sempre. La canzone, di cui sono autori, li rispecchia perfettamente, miscelando sonorità disco anni ’80 e atmosfere da rito tribale tambureggiante. Di sicuro è uno dei pezzi migliori di quest’anno e, chissà, potrebbe valergli la finale che in fondo meriterebbero già solo per l’originalità nella scelta degli strumenti che porta stavolta una dei componenti a suonare…se stesso. Il Forum non è così lontano.

LEO (Piume) 4: ‘Quando ti cerco e non ci sei e capirai che forse gli angeli son tutte rondini che migrano per noi, mio sogno e dolore’: anni ’50, Nilla Pizzi? No, 2018, Leo Gassmann. Per carità, è un bravissimo ragazzo e per certi versi mi sta pure simpatico, ma questo pezzo, scritto da lui riguardo al testo, è una cagata pazzesca. Una poetica immatura, stantia, ingenua, vecchia nell’anima e terribilmente pesante. Lui si impegna, canta anche bene, ma la canzone è veramente il nulla e, si sa, sul niente è difficile costruire qualcosa. Può essere votato solo da chi si fa trascinare dall’attrazione fisica nei suoi confronti. E infatti passa il turno. Democrazia. (Sigh).

MARTINA (Cherofobia) 7,5: Il testo di questa canzone è indubbiamente forte, soprattutto se viene da una ragazzina così piccola d’età (‘E cerco ogni forma di dolore, mischiata al sangue col sudore e sento il respiro che manca e sento l’ansia che avanza, fatemi uscire da questa benedetta stanza. Questa è la mia cherofobia, no non è negatività. Questa è la mia cherofobia, fa paura la felicità’), ed è così che si spiega il voto. Ma, purtroppo, ho il sospetto che ci sia qualcosa di terribilmente finto in tutto questo e non riesco a capire se si tratta della sincera espressione di un disagio o di un’abilissima mossa commerciale, perché si sa, nel Paese del vittimismo perenne, parlare di sofferenza vende sempre. In tal senso trovo improponibile la maglietta con la scritta ‘Cherofobia’ stampata usando i caratteri dei Metallica: come fare di un disturbo psichico un brand. Mah.

Tra una settimana si tornerà alle cover ma  questi inediti potrebbero aver cambiato le gerarchie: lo scopriremo presto.

Ivan Corrado

 


Quarta puntata: niente inedito per i Seveso Casino Palace…

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Emil Cioran era solito affermare che secondo la mitologia sumerica, il diluvio fu il castigo che gli dèi inflissero all’uomo a causa del rumore che faceva. Bene, ora che i Seveso Casino Palace hanno abbandonato X Factor 12 (dopo il ballottaggio a tre con Luna e Naomi), forse nelle alte sfere saranno più clementi nei confronti di noi poveri mortali. Il quintetto di pseudo-rockettari faceva infatti del chiasso la sua cifra distintiva, ma se non c’è nient’altro oltre a quello, è difficile fare strada anche nel più scalcagnato sottogenere di metal. Continua dunque l’emorragia di Gruppi per il povero Lodo Guenzi, ormai rimasto solo con i Bowland, al termine di una puntata in cui abbiamo ascoltato tanta musica interessante, foriera di notevoli spunti. Alcune riflessioni possono essere fatte anche intorno al format di questa serata: bisognerebbe infatti considerare che, soprattutto quando si decide di costruire manches con solo tre concorrenti, la composizione di esse può essere decisiva per l’esito finale, per cui sarebbe bene che si mostrasse in diretta il sorteggio degli abbinamenti per non dare adito a maliziosi retropensieri. Ad ogni modo, la carne al fuoco è tanta, quindi non perdiamoci in ulteriori chiacchiere e voliamo al pagellone:

SEVESO CASINO PALACE (Standing in the way of control) 5,5: Escono di scena proprio nella sera in cui finalmente propongono qualcosa di consono al loro genere. Peccato però che lo facciano in modo poco convincente, sempre pasticciato, caotico, slegato. Oltre a dover crescere tantissimo come musicisti, devono urgentemente trovare un’identità musicale precisa, una direzione, una linea guida che serva da struttura portante del caos, altrimenti la sensazione trasmessa sarà sempre quella di una baraonda improvvisata. Al ballottaggio tentano la mossa a sorpresa facendo cantare il batterista ma sortiscono un effetto boomerang, dal momento che l’impressione di confusione totale aumenta e la loro versione di ‘Vengo dalla luna’ è abbastanza abominevole. Nella sfida finale contro Luna e Naomi sembravano la Pergolettese inserita in un girone con Barcellona e Manchester City. Epilogo ovvio.

RENZA (La costruzione di un amore) 5: Ahi, ahi, inatteso passo indietro rispetto alla settimana scorsa. Dopo la quasi perfetta reinterpretazione di Tenco, scivola sul brano molto complesso di Fossati e il motivo è chiaro: cerca di prendere note alle quali non può costituzionalmente arrivare, per cui quando tenta di arrampicarsi lassù, la stonatura è dietro l’angolo. Se avesse mantenuto la misura di sette giorni fa, se la sarebbe cavata, invece ha voluto strafare, perdendo anche la connessione emozionale con il pubblico. Se fosse andata lei al ballottaggio invece dei Seveso, non ci sarebbe stato molto da obiettare.

MARTINA (Strange birds) 6,5: Strappa il sei e mezzo giusto per la parte cantata, in cui è sufficientemente precisa, e per il modo in cui sta sul palco, ma l’inserto finto-rap è agghiacciante e rovina drammaticamente tutta l’esibizione. Intorno a questa ragazza si sono create aspettative decisamente alte e, a parer mio, sproporzionate rispetto al reale talento che ha: prova ne sia il fatto che Agnelli le abbia permesso di scrivere una strofa contenutisticamente imbarazzante, checché ne dica Lodo Guenzi, impegnato a fare l’esegesi del nulla. Lei ha indubbie capacità interpretative, ma, ragazzi, stiamo tutti calmi.

NAOMI (Crisi metropolitana) 8: Innanzitutto, e non avrei mai pensato di scriverlo in vita mia, un applauso a Fedez. Questa assegnazione è un gioiello, oltre che un rischio pazzesco come non se ne vedevano dai tempi di Morgan. Presentare in prima serata un brano sperimentale new wave che mescola lirica ed electro-pop, composto da Battiato e cantato da Giuni Russo, è una meravigliosa follia. Naomi lo canta anche benissimo, seppur non al top per un’infiammazione alle corde vocali, ma finisce immeritatamente al ballottaggio forse proprio a causa del pezzo che non è di immediato impatto sul grande pubblico. Non importa, è stato giusto rischiare con lei perché è l’unica che avrebbe potuto cantarlo. All’ultimo scontro avverte la fatica di una settimana difficile e non brilla come potrebbe sulle note di ‘Nobody’s perfect’, ma se fosse uscita sarebbe stato un crimine contro l’umanità.

LEO (Pianeti) 4,5: Peggiore esibizione fatta fino ad ora. Testo masticato e poco chiaro in certi punti, intonazione ballerina, atteggiamento troppo ingessato. Incredibile come un ragazzo che ha un timbro come il suo possa produrre un’esibizione così inconsistente e scialba. Oggi avrebbe davvero meritato di finire a rischio eliminazione. A questo punto, mi auguro che almeno il suo inedito sia interessante.

SHEROL (I will always love you) 9: Ma che gli vuoi dire? Ma di cosa stiamo parlando? Questa ragazza arriva e ti canta il classicone di Whitney Houston con la stessa nonchalance con cui Diego Fusaro va a dire minchiate in tv. Si può discutere sul fatto che sia troppo classica, ma, diamine, avercene di cantanti classici così! Si può dire che giocasse in casa con questa canzone, ma è una casa bellissima e lei la abita da regina. Straordinaria.

ANASTASIO (Another brick in the wall pt. 2) 10: Maestro: “Bambini, vi hanno mai detto che siete numeri? Non posso non vedervi che come vermi inutili, inermi, chiusi in cunicoli freddi laddove il sole non batte, brulicanti di blatte e serpi. Voi state zitti, afflitti, dritti con la schiena e rispondete sissignore non appena parlo. I pastori premiano ogni pecora che bela e non sapete della pena per chi non sapeva farlo. Alzeremo un muro per tenervi al sicuro, non parli più nessuno se volete stare a galla, chi osa contraddire pagherà con il digiuno, i mattoni di quel muro li dovrà portare a spalla”. Bambino: “Sfidarci non vi conviene perché tireremo calci e spaccheremo le catene, verremo da ogni parte e state sicuri che i muri cadranno come castelli di carte perché qui la guerra si combatte coi pastelli, affileremo le nostre matite come coltelli”. Queste sono solo alcune parti del testo riscritto da Anastasio, calatosi nel doppio ruolo di oppressore e oppresso per reinterpretare questa pietra miliare dei Pink Floyd. Poco altro da aggiungere, se non che forse questa è l’esibizione della consacrazione per questo ragazzo, il mattone cruciale nel muro del suo successo. Eh sì, perché per chi non avesse ancora capito, la X del fattore che ha Anastasio, non è un’incognita: è la soluzione.

LUNA (Eppur mi son scordato di te) 6: Come prendere questo piccolo concentrato di dinamite e disinnescarlo: manuale d’istruzioni a cura di Manuel Agnelli. Il suo giudice le assegna, non si sa per quale motivo, un brano di Battisti e lei lo canta pure benino, ma l’effetto karaoke è alto e spiega perché sia finita al ballottaggio. Il salto è stato troppo lungo per Luna, che tra l’altro ha interpretato il pezzo con un cipiglio truce, senza cogliere la leggerezza da divertissement che questa canzone porta con sé. Giusto che si sia salvata ma mai più in questa veste, please.

BOWLAND (Drop the game) 8: Dopo due settimane di vagabondaggi in territori a loro non propriamente familiari, nei quali li avevamo un po’ persi, tornano nei panni che gli calzano meglio. Officianti di arcani riti misterici, creano, con l’aiuto anche della kalimba, detta anche piano da pollice, la consueta atmosfera di sospensione estatica. Capisco che il genere possa annoiare lo spettatore medio, ma questa è la loro cifra e sarebbe stupido fargli violenza costringendoli a spostarsi su sonorità diverse. Bentornati.

La settimana prossima ascolteremo gli inediti degli otto concorrenti rimasti in gara e forse si rimescoleranno molte carte. Tutto è in gioco.

Ivan Corrado

 


Terza puntata: i giudici tornano sul classico ed Emanuele Bertelli va a casa…

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Era nell’aria. L’epilogo del terzo live di X Factor 12 è ampiamente prevedibile e conduce all’eliminazione di Emanuele, decretata dal pubblico che, dopo il tilt, salva i Seveso Casino Palace. Per la prima volta quest’anno sono abbastanza d’accordo con il responso finale e i motivi li spiegherò nelle pagelle. Credo che invece, dopo tre serate, ora sia il momento di fare il punto della situazione sull’operato dei giudici, questa volta più inclini a scegliere brani decisamente noti. Lodo Guenzi è educato ma più che altro lo definirei innocuo nei suoi commenti spesso democristiani e privi di mordente, mentre è meglio far calare un velo pietoso sulle scelte musicali da lui compiute fino ad ora. Mara Maionchi, fa male dirlo, mostra tutti i segni dell’età e della stanchezza e per questo è inutilmente bizzosa e palesemente stufa di un ruolo che ha svolto per troppi anni. Manuel Agnelli ha ricevuto in dote la squadra più forte e la sta gestendo tutto sommato bene, anche se certi suoi commenti verso gli altri concorrenti hanno evidentemente il solo scopo di stornare i voti del pubblico verso le sue pupille, senza preoccuparsi della smaccata pretestuosità di ciò che dice. Infine c’è Fedez, il quale, insospettabilmente, è quello che sta assegnando i pezzi più adatti alle sue cantanti, in barba a qualsiasi tentativo forzato di sperimentazione a tutti i costi. Compiuta questa panoramica, andiamo al pagellone:

NAOMI (Think) 7,5: Molto discutibile la scelta scenografica di rappresentare Napoli come una favela con file di panni stesi e donne con bigodini e vestaglia: insomma, un inno agli stereotipi che annoia solo a guardarlo. Di tutto ciò ovviamente non è responsabile Naomi che, come al solito, mette in mostra le sue immani doti vocali non sfigurando al confronto con un super classico dell’immortale Aretha Franklin, cantato in maniera più scanzonata, cosa che, contrariamente a quanto sostiene Agnelli, a mio parere non fa sfumare il messaggio insito nel testo. Qualche piccola incertezza sui fraseggi bassi fa sì che l’esibizione non sia ai livelli di quelli della settimana scorsa ma lei resta una delle favorite alla vittoria.

BOWLAND (Senza un perché) 6: Il fatto che fino ad ora non avevano mai cantato in italiano un perché ce l’aveva eccome: nella nostra lingua perdono più di metà del loro potenziale e si normalizzano. Le sonorità sono come al solito ricercate e originali (suonare il bordo di un bicchiere con il dito è talmente geniale da apparire quasi ridicolo), ma la cantante tende ad interpretare il pezzo di Nada in modo troppo cantilenante. Spero che Lodo non abbia in mente di distruggere anche loro. Fermatelo prima che gli assegni la vecchia che balla.

LUNA (Blue jeans) 8: Non c’è niente da fare, questa ragazza ha talento da vendere. Anzi, questa donna. Nonostante l’età anagrafica, produce un’altra performance di sconcertante maturità artistica, evidente nel modo in cui pesa le diverse parole del testo, sapendo dove enfatizzare e dove sottrarre. Stavolta non ha rappato e, paradossalmente, ha fatto l’esibizione migliore. Super.

EMANUELE (Congratulations) 5: Eh vabbé, quando uno decide di suicidarsi artisticamente, amen. Dopo lo scempio trap di giovedì scorso, insiste nel voler cantare pezzi avulsi dal suo mondo e così si cimenta con un brano in cui per essere credibile devi aver vissuto almeno 30 anni in più oppure essere…Luna. E infatti, pur non stonando, interpreta la canzone in modo tremendamente piatto, con un’espressione del volto imbalsamata anche quando deve interagire con la ballerina, da lui osservata con la stessa passione e intensità con cui un ultraottantenne guarda un’escavatrice meccanica fare il suo lavoro nel cantiere sotto casa. Al ballottaggio tenta di riscattarsi con una buona versione di ‘Location’, ma non può bastare. Doveva già uscire la settimana scorsa, quindi giusto così e in bocca al lupo.

SHEROL (La voce del silenzio) 7: Andrò controcorrente ma per me è stata una delle sue peggiori esibizioni. Solita manifestazione di potenza e precisione vocale (per questo è impossibile metterle meno di 7) ma è proprio lì il punto: quando si canta un pezzo che ha un testo del genere, bisogna avere la consapevolezza di capire quando farsi un po’ in disparte vocalmente per far comprendere il testo, altrimenti diventa una manifestazione di forza muscolare e nulla più. Mina aveva misura ed eleganza, lei invece stavolta non l’ha avuta, spingendo troppo in molti punti. Rimane straordinariamente brava ma forse era troppo presto per farle affrontare una canzone come questa.

LEO (Hold back the river) 6,5: Stasera va di compitino, senza infamia e senza lode. Vocalmente è più limitato di quanto pensassi ma il timbro interessante in un modo o nell’altro lo salva sempre. Una prestazione onesta la sua, ma senza guizzi o momenti particolari che mi facessero balzare dalla sedia. Deve fare di più oppure è tra i prossimi a rischio.

SEVESO CASINO PALACE (Take on me) 4,5: Ma dove diamine sono finiti quei cinque ragazzi che cantarono ‘Miss the misery’ ai bootcamp? Questi sembrano i gemelli scarsi. Lei urla e stona da far tremare i polsi, il batterista è disastroso e gli altri suonano come una gruppetto alle prime armi, di quelli che si chiudono in garage per fare bordello. Ok le assegnazioni errate di Lodo, ma pure loro devono darsi una svegliata, visto che anche al ballottaggio (dove cantano in modo pietoso l’orrenda ‘Ricchi per sempre’ di Sfera Ebbasta) svaccano paurosamente. Forse è stato giusto salvarli perché rispetto ad Emanuele possono proporre qualcosa di nuovo ma se continuano così rischiano di uscire prima di poterlo fare.

RENZA (Mi sono innamorato di te) 8,5: Migliore performance della serata per distacco. Scelta ottima di Fedez che le assegna il capolavoro di Tenco e lei lo ripaga rispettandolo con intelligenza e gusto. Non esagera mai, narra il testo con chiarezza e pulizia di suono, coinvolge l’ascoltatore senza fuochi d’artificio ma con la forza più ammaliante che ci sia: quella delle parole. Chapeau.

MARTINA (Material girl) 5,5: Passa dalla disperazione per l’alcolismo al cazzeggio ballabile di Madonna con invidiabile nonchalance, ma la sua performance è il trionfo dell’apparenza sulla concretezza. Arguto l’espediente di coprirle la voce con un profluvio di cori sui punti più difficili per non mostrare le pesanti incertezze vocali, forse dovute anche al fatto che cantare mentre si pattina non è una delle cose più facili al mondo. Un’esibizione che mi lascia fortemente perplesso, ma ormai sto diventando un vegliardo rompicoglioni, quindi forse è colpa mia. Boh.

ANASTASIO (Mio fratello è figlio unico) 7,5: Anche stasera è tra i migliori, pur alle prese con lo spessore del brano di Rino Gaetano. Si confronta con il tema dell’emarginazione sociale, sottolineando nella sua reinterpretazione, come le botte prese dalla vita non riescano a trasformare in peggio l’animo del protagonista e così ‘Il mondo vince le sue battaglie ma la guerra l’ha persa in partenza perché per quanto lo tenga in bilico, lui cinico non ci diventa’. Proprio perché credo abbia un talento immenso, mi sento però in dovere di sottolineare che in quest’occasione ha ripetuto troppo spesso le stesse frasi, quando la canzone forniva migliaia di spunti per un’ulteriore rielaborazione. Il discorso di Agnelli sul fatto che deve mettersi in gioco come gli altri non ha il minimo senso (riscrivere un’intera parte di testo ogni settimana non è mettersi in gioco?), ma lui non deve adagiarsi perché è un fenomeno e sarebbe un delitto se non sfruttasse appieno il suo potenziale.

La prossima settimana ben tre cantanti andranno al ballottaggio e quindi i giochi inizieranno a farsi seri: speriamo lo diventino sempre più anche le assegnazioni di quei quattro dietro al tavolo.

Ivan Corrado


Seconda puntata: è un paese per vecchi e ne fanno le spese i Red Bricks Foundation…

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Niente da fare: l’hard rock in Italia proprio non sfonda. Un’ulteriore dimostrazione se n’è avuta nel secondo live di X Factor 12 (a tema attualità, rappresentato da canzoni uscite nel 2018), con l’eliminazione del tutto assurda dei Red Bricks Foundation, finiti per la seconda volta al ballottaggio. Mentre la settimana scorsa ci poteva stare un loro addio alla trasmissione, stavolta hanno sfoderato due ottime performances, ma ormai il pubblico aveva deciso irrevocabilmente la loro sorte e infatti dopo il Tilt li ha sbattuti fuori. La cosa in realtà non mi sorprende neanche troppo dal momento che il genere dei Mattoni Rossi non ha mai preso particolare piede dalle nostre parti. A ciò si aggiunga il fatto che viviamo in uno dei periodi storici politicamente più retrogradi per l’Italia, dove tutto sembra convergere nell’affossamento sistematico delle aspettative dei giovani, come è evidente dalle più recenti riforme governative. Direte voi: aspetta un momento, cosa diamine stai dicendo, Emanuele è stato salvato dal pubblico e ha 16 anni, altro che paese per vecchi! E invece no, perché il pur bravo Bertelli, al di là dell’età anagrafica, incarna musicalmente alla perfezione la vecchiezza che tanto piace agli italiani, quell’assenza totale di novità che tanto conforta e fa sentire al sicuro, mentre l’irruenza anche provocatoria dei Red Bricks non può sperare di aprire una breccia nel Paese forse più soffocato di political correctness del pianeta. L’antidoto a questa cappa opprimente non può certo essere il turpiloquio di Mara Maionchi che sì, fa sorridere, ma ormai è stantio e dimostra, insieme alla ormai totale incapacità di presentare in modo decente i propri cantanti, come arrivati ad una certa età forse sarebbe il caso di ritirarsi con dignità. Ad ogni modo, con rammarico, andiamo a vedere il dettaglio delle pagelle:

LUNA (God is a woman/I do) 7: La conciano in modo improponibile ma lei è una tigre da palco e lo dimostra anche stavolta, pur evidenziando qualche incertezza vocale di troppo nelle parti melodiche, sul brano di Ariana Grande. Il rap è come al solito corrosivo e, pur avendo un testo forte, in cui si sprecano le parole “troia”, “puttana” e altre amenità del genere, non mi disturba il fatto che l’abbia cantato una ragazzina di 16 anni dal momento che dove c’è consapevolezza di ciò che si sta facendo e dicendo, non esistono tabù, e lei ha dimostrato di essere pienamente in controllo della situazione. L’unico rischio è che alla lunga questo tipo di esibizioni diventino sovrapponibili l’una con l’altra, ma di questo dovrà occuparsi Manuel Agnelli.

LEO (Next to me) 6,5: Indubbiamente migliorato rispetto alla prima esibizione sul piano della disinvoltura con cui sta sul palco, ma ancora non pienamente convincente sul fronte vocale dove in certi punti forza un po’ troppo come se facesse fatica a prendere la nota. Certo, canta sempre con un cipiglio corrucciato e sarebbe il caso di variare un po’ il repertorio, anche per valorizzare al meglio l’interessantissimo graffio che ne contraddistingue la vocalità. Appare ancora inespresso sotto certi aspetti ma confido nel fatto che prima o poi si sbloccherà del tutto.

SEVESO CASINO PALACE (Amore e capoeira) 3: Orrore supremo. Dopo aver ascoltato la loro esibizione mi sentivo incapace di intendere e di volere, come se fossi Lapo Elkann dopo una lobotomia. Lodo Guenzi continua a seguire scrupolosamente il manuale su come prendere una band rock/metal molto promettente e distruggerla con efferata crudeltà, infatti dopo la porcata indicibile della settimana scorsa gli assegna questa ridicola canzonetta da villaggio vacanze. Loro cercano di riarrangiarla in chiave malinconica, tentando anche di scrivere una strofa e di fonderla con sonorità nu metal, ma l’effetto è tragicamente comico. Solito caos strumentale, stonature agghiaccianti e una scenografia priva di qualsiasi parvenza di senso completano il disastro totale. Il fatto che non siano finiti al ballottaggio dimostra come il televoto sia uno strumento esecrabile attraverso cui si vota seguendo logiche che con la musica non hanno nulla a che fare. Terribili.

NAOMI (Never enough) 8,5: Cosa puoi dire dopo un’esibizione del genere? Devi solo stare zitto e applaudire. Può non incontrare il mio gusto (i musical sono il genere cinematografico che detesto maggiormente) ma è oggettivamente una cantante straordinaria. Prende note iperuraniche e le trattiene per un’eternità, mostrando una capacità polmonare sconosciuta alla scienza. Possiamo discutere sul fatto che in questa esibizione ci sia poca novità, ma quando una persona canta così, va al di là di ogni altra considerazione. Pazzesca.

MARTINA (Sober) 8: Continuo a trovarla intollerabile come personaggio (e la vocina da rimbambita che utilizza quando parla con i giudici me ne dà conferma) ma devo essere anche onesto e perciò non posso negare che stasera abbia fatto una grande esibizione. Riesce a trasmettere l’intensità del brano originale in cui si parla di dipendenza dall’alcool e fa capire come può essere artisticamente matura se lo vuole. Questo mi fa ancora più incazzare quando penso al fintissimo vestito da mocciosetta ingenua che si è cucita addosso. Occhio però, perché a lungo andare questo potrebbe danneggiarla.

RED BRICKS FOUNDATION (Thoiry remix) 7,5: Passo avanti esponenziale rispetto al primo live. Anche qui Lodo ha cannato l’assegnazione, ma loro stavolta sono stati così bravi da far dimenticare anche il sabotaggio del proprio giudice. Hanno capito che l’elemento forte del gruppo è il batterista e infatti gli danno più spazio facendolo esaltare con assoli da fenomeno. Il cantante non fa capire una parola di quello che dice ma è molto più vero e autentico in confronto a giovedì scorso e la ribellione totale manifestata dalla sua corsa folle tra il pubblico è stata indubbiamente d’impatto. Ancora più forti al ballottaggio dove spettinano tutti, sfogandosi sulle note di ‘Have love, will travel’ in cui suonano alla grande e trasmettono un vento fresco di novità nel piattume stagnante italiano. Se fossero usciti sette giorni fa non avrei avuto molto da dire, ma erano in netta crescita e la loro eliminazione questa sera è una delle più ingiuste nella storia del programma. Peccato.

EMANUELE (Zingarello) 4: Come gli è venuto in mente di proporre a Mara l’idea di cantare un brano trap? E Mara come ha potuto assecondare un progetto suicida, tipico errore di immaturità? Domande a cui è difficile trovare una risposta. Nella sua performance non fa errori tecnici ma è completamente sbagliato il mood, l’impostazione e sentirlo cantare con profonda concentrazione la frase “Non farmi il lavaggio del cervello, son Baggio zingarello, facciam braccio di ferro”, suscita copiosa ilarità. Prestazione grottesca.

BOWLAND (No roots) 7: In una serata in cui quasi tutti sono abbastanza sottotono, pure loro non danno il meglio. Sempre bravi a saper trasporre nel loro mondo i brani assegnati, ci mancherebbe, ma stavolta li ho trovati meno incisivi e ammalianti del solito. Si cimentano con un pezzo più ritmico rispetto ai loro standard e la voce della cantante assume tonalità a volte troppo acute e ‘lagnose’, non appoggiandosi bene sul tessuto armonico che invece è come sempre di ottimo livello. Piccolo passo indietro.

RENZA (Thunderclouds) 5,5: La chitarra è la sua coperta di Linus e infatti appena gliela tolgono incespica. La canzone è di una monotonia avvilente e lei non riesce a ravvivarla, incappando anche in alcune incertezze d’intonazione, soprattutto quando si avventura in un range di note alte che costituzionalmente non padroneggia. Se Emanuele non avesse fatto harakiri, probabilmente il ballottaggio sarebbe toccato a lei e infatti resta una tra le più a rischio per giovedì prossimo.

SHEROL (Rank & file) 8: Eh be’ signori, questa qui è una fuoriclasse. Anche a questo giro, Manuel la porta fuori dalla comfort zone ma lei risponde presente e non sbaglia nulla, seguendo anche prossemicamente, con il linguaggio del corpo, il tambureggiante arrangiamento simil gospel. Forse sarebbe ora di ricompensarla con un classicone sul quale può far venire giù lo studio. Di sicuro è nella rosa dei possibili vincitori.

ANASTASIO (Se piovesse il tuo nome) 8: ‘E pensare che bastava un tentativo, pensa a un punto di partenza, non a un punto d’arrivo, l’arrivo viene da sé, quindi non ne discuto, che sia un traguardo o un dirupo e la tua pelle era un tessuto, l’avrei sempre indossata che fosse seta, velluto, che fosse carta vetrata, ma sono nudo, sono muto e le tue mani di fata mi hanno annodato la gola e ogni parola è sbagliata’. Basterebbe questa parte del testo scritto di suo pugno per confermare che siamo in presenza di uno dei migliori autori visti sulla scena italiana negli ultimi anni. Riesce a trasformare una normale canzone d’amore di Elisa in una riflessione per immagini, densa, vivida, pregna. Costretto ad esprimersi su un tema forse lontano da quelli che affronta di solito, se la cava egregiamente e tenta anche di cantare il ritornello, ma quello scritto da altri sbiadisce e perde d’interesse di fronte alle sue rielaborazioni. Meriterebbe fin da ora un posto in finale.

Sperando che la prossima non sia una puntata a tema, vi do appuntamento tra sette giorni con l’amara constatazione secondo cui se, come diceva Nietzsche, Dio è morto, anche il rock non si sente tanto bene.

Ivan Corrado